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BASSO OSTINATO – da ‘L’emozione dell’aria’ di Lucetta Frisa (2012)

giugno 23rd, 2012 by Francesco Denini

 

BASSO OSTINATO


Sei matto? Per vedere il mondo non c’è bisogno di occhi. Guardalo con le orecchie.

William Shakespeare

 

 

 

 

°

Lucetta Frisa interpreta la sua poesia BASSO OSTINATO ,

da L’emozione dell’aria (CFR, 2012 – Introduzione di Gianmario Lucini).

La lettura è stata registrata presso lo studio Loud Music di Paolo Valenti, a Genova.

La foto in apertura è di Mariapia Branca.

Per leggere la poesia e insieme ascoltare la registrazione,

aprire due volte l’articolo, una sull’audio, l’altra sul testo.

°

 

 

 

 

 

 

da orecchio a orecchio

una scossa

la testa invasa

si sente nascere

tra le galassie

nel sottomare

sotto la sabbia

sopra le foglie

dalle crepe dei muri

e del pensiero

 

voci

voli

fiato

di chi ama o muore

l’emozione dell’aria trova il suo alfabeto

 

se le risate

deviano

voli di insetti e idee moleste

se il pianto

sgocciola nelle cavità dove si adagia

e sempre qualcosa gli fa eco

quando

il suono si muta in parola

in nome?

 

quando

il mistero oscilla

tra timpano e voce

e le parole

cominciano il racconto?

 

gole di uccelli

e tutti gli strumenti

catturano

i suoni dello spazio

poi

li liberano

 

Se i suoni sono specchi

di un detrito astrale

 

chi evocano

invocano?

quale visione

o profezia?

E a noi

tocca solo dolore

o sordità?

 

Se il canto di sirena incantò il tempo in pietra

le nostre voci

affondano

nei vuoti abbandonati

dagli astri

 

Un ritmo forse

cresciuto nell’orecchio

tra caos e melodia

e le sue pause

va viene

danzando su di sé

scavando

luoghi estatici

si spezzerà

 

la musica lascia una scia

d’aria

ed ombra

 

dov’è il centro?

è solare vento

che a caso muove il nulla

le sue figure?

 

nella polvere fu concepito il fremito tellurico

ma nell’atmosfera tutto sembra immobile e muto

 

le pause -

attività dell’ombra?

 

l’ombra

abitata

da voci e corpi

 

E’ dolore rimosso

la luce?

 

Non esiste il silenzio Risuona anche ciò che è morto

Seme sepolto rifiorisce si farà riascoltare Un mondo infinito di mondi pullula nel

silenzio

E’ l’ombra la struttura impercettibile alle nostre orecchie come agli occhi la luce

dietro la notte Per ascoltare l’eterno basta l’attimo prima del suono e quello dopo

 

Ma chi si affida solo all’eterno

nell’urto

evapora

 

chi sta fermo e supino

vede il muro e il soffitto

chi si mette in cammino

guarda davanti a sé

il suo orecchio chiama il suono

l’occhio la luce e il buio

il muro finestre e porte

la voce le parole

poi ancora

l’illimitato

 

o cresceranno

mali torbidi ai sensi

 

Se il nostro destino è risuonare

 

il passato ala

che ci guarda il braccio

se un giorno noi uccelli eravamo

adesso

echi

di

echi

ciò che ci dissero i libri

scorre adesso nel sangue

 

La musica

desiderio senza parole

annuncia

allude

elude

spacca l’opaco

va e viene negli strumenti

fa festa

 

poi ci abbandona

si effonde

ne resta

un po’ nel fiato

 

e chi ha sognato il diapason

coprendo muri di Resurrezioni

perché gli occhi possano immaginare

dominio e terrore di un timbro

ha le orecchie immerse nell’acqua umana

e continua a sentire

più forte

più forte

il basso ostinato

della terra.

 

 

 

Intervista a LUCETTA FRISA

di Francesco Denini

L’emozione dell’aria, titolo della raccolta poetica di cui Basso ostinato è proemio, mi pare già candidato ad essere una delle definizioni più acute e precise di quell’entità, per nulla definibile, che è la musica. E questo avviene in virtù di un’arte paradossalmente evocativa della definizione. In tutta la poesia, infatti, una schietta vicinanza alle cose, e in particolare al suono, non manca di accompagnarsi a un denso linguaggio simbolico, per il quale fenomeno e sfondo oracolare sono chiamati a intrecciarsi senza mai offendersi o scontrarsi. Uno sguardo, il più prossimo alle cose, s’accompagna a un radicale ascolto della loro ombra, arrivando sino sulla soglia della loro ontologia, in un misto di realtà e di magia. Potresti aiutarci ancora ad avvicinare meglio quella che tu chiami propriamente l’ombra del suono?

L’ombra del suono fa venire in mente L’ombra del doppio, il titolo di una splendida raccolta del poeta Bernard Noël che ho avuto l’onore di tradurre. Per il poeta francese, l’ombra del doppio è la parola che sottace al volto, al corpo. Da sempre, per me, il suono è ‘divino’, principio assoluto e originario della creazione e della creaturalità. Il suono entra in noi con la sua misteriosa fisicità, è già di per sé riflesso, ombra e scia di un evento lontanissimo che però ci raggiunge ancora nel nostro presente. Si porta dietro tempo spazio distanza. Questa scia-ombra è per me fascinazione pura, evocazione di un tempo non ancora umano, mentre la musica è la sua elaborazione, il suo articolarsi e il suo accadere e modularsi in strutture, in forme inventate dall’uomo.

*

Di fatto, tutta la raccolta L’emozione dell’aria è espressamente riferita alla musica. Quali sono generalmente i tuoi gusti in musica? Quale musica ascolti di solito? E quale brano hai ascoltato, se ce n’è uno, in esplicita corrispondenza con questa raccolta? C’è poi una

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musica in particolare che potrebbe accompagnare idealmente Basso ostinato?

Sì, infatti, “l’emozione dell’aria” è moto dell’aria quindi vibrazione sonora. Amo, in primo luogo, la sensualità del suono e tutta quella musica che trattiene, evocandolo, un passato mitico, che seduce e lascia un po’ tramortiti senza un perché. Amo i suoni degli strumenti, nella loro purezza. E quindi anche il tamburo. Amo molto i ‘bassi’, il ‘minore’, perché (così me lo spiego io) amo il profondo in ogni manifestazione artistica, e amo il ritmo, che non appartiene solo alla musica o alla poesia ma anche alla prosa e alla vita stessa, al battito cardiaco che, quando si spegne, inaugura il nostro silenzio individuale. E il suono della terra, la sua pulsazione sono per me un ‘basso ostinato’ (non a caso in inglese è ground), il suo richiamo implacabile, la sua gravità che ci riporta all’uomo, alla sua relatività e al suo sofferto quotidiano. Purtroppo, io non suono nessun strumento e non conosco la musica. Sono solo un poeta che la ascolta con inspiegabile piacere e inquietudine e usa la parola in modo evocativo, analogico, e crea a sua volta le sue strutture verbali. E per farlo deve… pensare, controllare con la ragione un grande materiale magamtico: la poesia nasce anche dalla filosofia, una filosofia unita al suono. Ce lo dimostrano sia la storia della musica che quella della filosofia. E la mia è personale, ingenua, ma necessaria a condurre la mia scrittura poetica. In fondo la voce e la parola non sono che mediatrici più complesse, mentalizzate, ma mettono in dialogo le parti più nascoste del vivente, mettono in dialogo anche le parti più nascoste della psiche attraverso le correspondances, le analogie. No, non mi riferisco a nessuna musica precisa che possa accompagnare Basso ostinato.

*

In Basso ostinato - la prima sezione in cui il libro si divide - credo di cogliere alcune costellazioni evocative che vorrei prendessi in considerazione. Una costellazione potrebbe dirsi quella che raccoglie immagini di apertura, come: ‘crepe‘, ‘scossa‘, ‘detrito astrale‘, ‘dolore‘, o anche: ‘voci‘, ‘fiati‘, ‘luce‘. Un’altra costellazione ruoterebbe, invece, attorno a verbi che parlano di evocazioni sottili come: ‘allude‘ e ‘elude‘, ‘crea‘, ma anche: ‘scarta‘, ‘critica‘ o ‘festa che spacca l’opaco‘. Ho pensato ad immagini guidate da un’unica intuizione ontologica, che risponde a un’intenzione della poesia come fondazione dell’aperto, una sorta d’incontro tra la componente umana (ascolto) e una componente propriamente naturale (suono), al contempo matrice della meraviglia e base di un sapere – seppure vaporoso e palpabile – sull’eterno e sull’ombra. Che ne pensi?

Penso semplicemente che, da musicista quale tu sei, abbia colto perfettamente nel segno – cioè non posso che essere in sintonia con te. C’è, nel libro, dopo la prima sezione intitolata Basso ostinato, una seconda sezione Desiderio senza parole che tenta di esprimere con i versi – intuitivamente – alcuni tempi musicali tradizionali come Allegro, Largo, Tempo di marcia, Berceuse ecc., mentre la terza parte Les Amusements si compone di poesie suggerite dall’ascolto di brani specifici che assumono lo stesso titolo del brano a cui si riferiscono. Couperin, appunto, Schubert, Messiaen, Ravel, Chopin, Bartok, Piazzolla, Frescobaldi, Marin Marais, tanto per citarne qualcuno. E anche grandi autori di musica jazz.

*

Il mondo qui è plurale. Un mondo di mondi. Qualcosa che risuona di evocazioni eminentemente shakespeariane. In primis, La Tempesta, una rappresentazione in cui il suono è tanto ambientale quanto parimenti archetipico. Ariele. Calibano. Per altro, nella citazione iniziale è già tutto espresso: guardare il mondo con le orecchie. Eppure al fondo del molteplice la terra non perde il suo ruolo, la stretta finale riporta l’ascolto ai limiti del percepibile, seppure dopo aver spinto il suo orizzonte sin oltre l’eterno. Cosa ci racconta questo discrimine di suono e terra? Sin dove si spinge questo garbato ritorno dell’uguale?

Tra cielo e terra non c’è discrimine, è solo faccenda di percezioni diverse, differenziate. Ognuno nel proprio limite avverte questa “emozione” sonora. Ogni vivente ha un suono, nasce da un grande Suono. La poesia ha la presunzione di tendere a una sorta di fusione complessa, a confermare che esistono tanto l’armonia quanto la disarmonia tra tutte le cose… e tutto quanto può darle senso e…suono.

 


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