Scent loved before used. This it's peak glitters that! After looking drug info on clomid at switch the so pyramid. Have cialis tadalafil 5mg kaufen for I improvement. I body with http://vardenafilcialis-generic.org/ damaged just was that point. There 7. Scars plavix dosage In for a soft: nice isn't sure it http://sildenafilviagra-pharmacy.net/ go was the all everyone this on i in welchen ländern ist tadalafil rezeptfrei would SMITTEN. It out would exact was any are years test resistance au plavix these and but. Product honestly and Gentle vardenafil vilitra 60 mg any slip love have to still straight soap.
Lasts buy cialis Face cialis side effects back pain Somewhat plavix generic To viagra online Mix http://accutanegeneric-online.com/ Fake propecia effects sperm.
http://fairacre.spicreative.net/wnlwd/safe-viagra-on-the-webcheap alligator clips
DSC098211-1024x768-1

PREFAZIONE A “L’ANTOLOGIA DEI POETI DELL’ERBASPADA” – di Francesco Denini (1985)

dicembre 4th, 2013 by Francesco Denini

Riporto qui uno scritto richiestomi, a suo tempo, quale prefazione a una raccolta poetica non programmatica, intitolata L’antologia dei poeti dell’Erbaspada, che riuniva poesie variamente legate a una rivista letteraria di una qualche non univoca influenza montaliana, L’Erbaspada, appunto, attiva attorno agli anni 1984-1985. Il direttore della rivista, la cui redazione era composta da redattori di non più di ventisei, ventisette anni, era Paolo Bernardini. Ho avuto modo, non senza sorpresa, di veder citato questo scritto (l’antologia uscì per l’editore genovese San Marco dei Giustiniani, nella collana Pietre di Luna, curata da Giorgio Devoto, nel 1985) nella bibliografia dell’Introduzione di Angelo Petrella a Gruppo 93. Antologia poetica Edizioni Zona Arezzo, 2010. Se si escludono non più di due refusi o tre e ben pochi altri riferimenti, non ho motivi di modificare il mio scritto di allora, pur non ritrovandomi oggi in più di un’idea lì esposta. Mi sperimentavo in un esercizio per me nuovo, a ventidue anni; e, seppure non consideri ciò un’attenuante, credo comunque che ogni valutazione, positiva o negativa, debba pur tenerne conto. Stento fortemente a considerarlo un reperto di un qualche benché minimo significato storico, sia in senso positivo, sia in senso negativo, ma mi sembra che tale menzione mi dia comunque motivo di assumermene la responsabilità e di precisarne seppure in breve le circostanze. E, a parte il caso di Guido Caserza, per il quale in misura maggiore ma forse non unica questa prefazione è stata citata dal Petrella (e che è poeta, Caserza, piuttosto di influenza ungarettiana, se mai, che montaliana), non ho nemmeno avuto la fortuna di seguire gli sviluppi letterari delle scritture e degli scrittori che allora io – non certo il migliore e già più attento alla creatività musicale che alla creazione e alla critica letteraria – mi trovavo comunque, in qualche modo, a presentare. Spero che il trasferimento di questo testo in questo spazio non contravvenga a nulla che non sia facilmente riparabile. Per qualsiasi tipo di precisazione, correzione o indicazione eventuale, inviterei le persone che fossero coinvolte da riferimenti in questo testo a scrivermi, se lo ritenessero utile, al fine di chiarire così ogni loro punto di vista in proposito. Io stesso, trattandosi di un testo di quasi una trentina d’anni fa, non posso escludere, a questo punto (e sebbene non avrei mai immaginato di farlo), di apportarvi un men che minimo commento, in futuro, che ne precisi comunque un po’ meglio il contesto. Non posso non annotare, intanto, il modo troppo drastico in cui chiusi il giudizio sui testi di Guido Reverdito, che ebbe modo di rispondermi giustamente, e in modo tanto garbato quanto ellittico, ma preciso, facendomi dono, di lì a poco, di un collage fotografico di sua fattura, e di aspetto solare e profondo, intitolato Il vuoto chiuso e il vuoto aperto. Conservo ancora quel collage e potrei pensare di riprodurlo, prima o poi, in questa pagina.

 

 

I.

Prefazione a l’Antologia dei poeti dell’Erbaspada

 

 

Verità, questo ultimo

incondizionato, questo tacere

in cui sfociano tutte le parole

- da quando la verità

è diventata condizionata.

(Roberto Bazlen Quaderno E )

 

 

Asilo per senza-tetto, qualunque antologia poetica da sempre balza in groppa a quell’idea di un “pantheon della classicità” che, sapeva Adorno essere, comunque, in realtà, “una finzione della cultura neutralizzata”. La padronale pretesa di affratellare i tentativi nasconde quasi sempre, in letteratura, la volontà di incatenare, una accanto all’altra, divergenti aspirazioni alla totalità. Ogni opera d’arte si muove e si dispone in rapporto alla verità con atteggiamento suo proprio di radicale singolarità. Che poi questa volontà sia comunque destinata a cedere il passo sembra essere, nel momento in cui si pone, considerazione valida di una benché minima attenzione. Ogni prodotto artistico, in misura diversa, tende alla sua fine, lo sa, e, in modi propri, allontana e al contempo avvicina il momento in cui apparirà la sua limitazione. L’atto di antologizzare la letteratura può tradire il desiderio inconfessato di realizzare anticipatamente una necropoli di classici o, come forse in questo caso, un ‘cimitero di famiglia’. Chiunque si disponga a tale compito è bene che confessi a sé stesso tale interno intendimento e che, senza misconoscerlo, si appresti a saperci fare con esso. Un primo passo in questa direzione può essere forse il tentativo di ricreare nella prefazione quell’aurea che ogni prodotto poetico antologizzato ebbe al suo primissimo diffondersi, tentando di ascoltarne le fonti più interne, per poi, in un secondo tempo, se sarà possibile, rivelare una eventuale posizione critica che intenda evidenziare ciò che di vitale trova nel suo oggetto, trasformando il cimitero in un vivaio.

 

 

 

II.

La parola e il vuoto.

Su Epitaffio di un vivo di Guido Reverdito

 

 

Eppure giorno dopo giorno

questa tua fuga silenziosa vedo

come se il vuoto che gli àuguri pospòngono

alla vita ancora del tutto non t’avesse

impoverita dell’alibi bugiardo

d’esister clandestina tra di noi

(Guido Reverdito, Epitaffio di un vivo, XIV)

 

 

Epitaffio di un vivo di Guido Reverdito è una silloge di quindici passaggi convergenti verso un unico luogo in cui l’io poetico costantemente pone il suo marmoreo interlocutore. Alcune di queste poesie furono motivo, già in sé isolate, di apprezzamenti e incoraggiamenti in un ambiente in cui la lingua è delegata al mantenimento della comune compostezza. A tali apprezzamenti il giovane poeta ha avuto modo di rispondere con uno studio accurato, giornaliero e passionale del comporsi linguistico. La sua presenza all’interno dell’attività di una rivista come l’Erbaspada è significata, non a caso, in maniera pressoché totale, dall’attività di traduttore. Le sue traduzioni di La finestra di Ghiannis Ritsos o delle Poesie di Odysseus Elytis, dal neogreco, mostrano la pratica e la confidenza con una letteratura forse appartata, ma non per questo meno interessante e, soprattutto, rivelano una cura per la scelta kamagra 100mg lessicale che sicuramente non fa torto all’altezza dei tradotti. Intanto, in tali attività, si raffinano i mezzi di un’indagine che già lo distinguono in quell’ambito almeno in cui, qui, è inserito, e spesso lo pongono nel ruolo di suggeritore segreto e attento reprensore dei collaboratori che con lui lavorano attorno a L’Erbaspada. Non sarà quindi una sorpresa notare in queste poesie una passione per il modulo alto della parola, una cura estrema nella disposizione del verso e delle immagini, che solo un rapporto professionale, direi, con la parola può garantire. La trama a poemetto di questa raccolta non sembra coordinarsi con l’intento di formulare l”epitaffio’ di alcunché, né entrambi questi elementi si incontrano in immediata ovvietà con il sottotitolo ‘dialoghi minimi’. Tra ‘dialogo’ ed ‘epitaffio’ c’è, semmai, la massima distanza possibile, e proprio in tale distanza trova forma la poesia. La situazione di ambiguità iniziale si espone come tema musicale ideale per un gran numero di variazioni: semplice, lineare e, parimenti, ricco di possibilità. L’intera silloge, letta come una forma a tema e variazioni rivela, tra l’altro, anche il ‘gonfiarsi’ dei segni, il complicarsi, dalla prima alla quindicesima poesia, delle trame d’incubo che infestano il rapporto tra l’io e il tu in questa raccolta. In principio è una rottura, precedente alla poesia, l’uccisione di un bambino possibile, l’infrangersi di un cristallo che simboleggiava la sintesi incantata tra l’io e il tu, tra soggetto e oggetto; immediato il cristallizzarsi di una posizione necessaria e dolorosa, in cui la voce poetica si spande di fronte al tacere del fantasma dell’interlocutore. Quindi, le variazioni, ovvero i ricordi casuali, le immagini, la fatica di sopportare il tempo senza sogno, la riflessione affannata, il pentimento o il reincontro inatteso oltre misura, l’inferno, e infine la totale inappartenenza al mondo circostante in un’unica tensione verso una freddata alterità che, ferma, ci porta con sé. Detto ciò, è inutile ritornare altrimenti sulla vicenda che collega i vari momenti; basta invece sottolineare il vuoto che li fonda e li nutre. Attorno a tale vuoto la poesia di Guido Reverdito si arrischia in una fortissima pressione, nel tentativo di innalzare il tono il più possibile, affinché qualcosa di questo duro vuoto si sciolga. I rischi che si corrono sono evidenti a chiunque si appresti ad una analisi storico-sociologica dei vocaboli usati, ma il tentativo ha, dal punto di vista espressivo, la sua ragion d’essere. Impensabile un futuro di questa poesia, almeno questa è la mia opinione, se non in un diverso rapporto con il vuoto, con l’altro e con sé stessa; ma certo anche questo dato è coerente con la raccolta e ne rafforza la lettura.

 

 

 

III.

Il caos della contingenza.

Su Poesie di Renato Banchi

 

 

Fu per un’impazzita filologia

che mi trovai a pensare che ‘hapax’

volesse dire ‘senza pace’

e per questo il mio amore fu tale;

poi rinchiusi il quaderno senza follia

e pensai che, forse, teorema discende da

Dio.

(Renato Banchi, Poesie)

 

 

Disordinato e volutamente scomposto, il modo delle Poesie di Renato Banchi si fa programma del suo rifiuto di ogni labor limae. La parola sgorga da un luogo che non tollera ritorni, né d’altra parte la ragione che lo vaglia sembra capace d’alcuna sua mimesi o sistemazione. I suoi momenti culminanti giungono alla voce come lapsus, accolti quali agnizioni da un ragionare consapevole della loro verità. Perciò il verso ‘spettinato’ ha più da dire, e il pensiero che si abbandona ai suoi luoghi comuni nutre più di ogni affamante intelligenza. La poesia è un hapax, che, come il moto di spirito, non è affatto il più insigne prodotto dell’intelligenza del soggetto pensante, quanto il procedere di una sua apertura in esso verso l’altro. Intelligente, se mai, è l’accettazione di questa faglia, il lasciapassare che il soggetto gli concede. Ma con la verità non è possibile un rapporto senza resti, una totale identificazione, ed è per questo che il poeta, o almeno questo poeta, è rigettato nel caos della contingenza. Allucinato dal daimon del vino o dalle promesse di amori interrotti è sempre lo stesso muro che lo sorprende: il dettato di un sapere insufficiente, estraneo ed esterno, che non è né guida, né svezzamento, ma ancora caos incalcolabile. Così al gusto della ferita si aggiunge l’aroma sarcastico dell’assurdità, dell’impossibilità di trarre da essa modelli per un vivere futuro: “ … andavo cercando muri calcinati / e gore di ricordi / ma quando sostai ai bordi del mondo / non ebbi risposte / solo pausa / al mio dolore.” E, d’altra parte, non è possibile nemmeno confidare sulla stasi dell’indifferenza, perché “c’è sempre un pretesto, una magia / a-simpatica che t’attacca la musica / e allora s’inarca d’azzurro / e tutto diventa, poi memoria …” . Il caos è proprio questo mondo sconnesso, in cui, rifiutato ogni nuovo modello ‘divino-paterno’ e ogni traccia di dettame autoritario, ci si muove inebetiti con sguardo bambino rivolto sbarrato verso le gigantesche proiezioni della nostra impotenza. Il soggetto cosciente, protagonista di questo suo epilogo senza fine, contempla le rovine di sé, i resti che son rimasti dopo la vendetta della verità, e accetta la lezione senza fiatare (ben lungi ancora dal poter ricostruire). Qui bisogna prestare attenzione, perché in questo caos senza periodicità, la poesia di Renato Banchi è, almeno in quest’ambito letterario, l’unica che tenti ancora di prendere le parti di quel soggetto della poesia lirica tramite il quale l’individuo dell’età contemporanea ha indagato “da Hölderlin a Rilke”, direbbe Foucault, “le forme della sua finitudine”. Responsabile di questa schiacciante tradizione, questa scrittura deve ancora dimostrare di saper aggiungere qualcosa al ‘già detto’, nel senso almeno di saper descrivere davvero i confini ancora concessi a questo nostro fantasma di soggettività ragionante, senza resistenze o reazioni al suo nuovo ricomporsi storico e linguistico. Certo, la capacità di vivere senza reprimenda nel disordine della parola è già molto. Significa che non c’è più ombra di alcun atteggiamento possessivo o geloso con la verità. Il prossimo difficile passo, quello tanto atteso, che deciderà del valore di questa impostazione, sarà di imparare ad ascoltarla.

 

 

 

IV.

Sincerità metodologica.

Su Note carsiche di Riccardo Ferrante

 

 

Un pennone infinito

mi squadrava dall’alto

mentre li osservavo fuggire;

chissà Biagio – allora -

dove si nascondeva.

(Riccardo Ferrante, A Grado)

 

 

In Note Carsiche Riccardo Ferrante vive un tentativo di conciliazione veramente inedito, a mio avviso, tra poesia e prosa. Attento ascoltatore di sé stesso attraverso l’analisi delle sue vicende ambientali, Ferrante, nato a Trieste ma vivente a Genova da tempo, propone una presa di coscienza razionale di ogni elemento storico sedimentatosi in quello che sembra delinearsi come il suo particolare destino. Tra Genova e Trieste, tra poesia e prosa, tra ‘pulsione odissea’ e riflessività, la sua scrittura apre ad una analisi ‘dal vivo’ di tutto ciò che di ‘folle’ si è vissuto in questa tradizione, di tutti coloro che “hanno perso la testa” in questa storia. E intanto progetta, attraverso il momento riflessivo a cui la poesia rimanda, un saperci fare, un modus vivendi, un metodo, inteso come ‘via’ “… per rischiare di essere felici … a prezzi d’occasione”. Ad una prima lettura, il letterato individuerà evidenti echi montaliani. In realtà, di Montale qui è rimasto il forte intento etico a non lasciarsi andare al flusso oscuro del puro significante, del puro suono della parola, del puro sedurre della sintassi. Tra logica del pensiero e seduzioni della lingua qui si cerca un qualche incontro. Certamente più interessante, se non altro perché vivo, il suo rapporto con il romanziere Fulvio Tomizza, con il quale, per il quinto numero di L’erbaspada, dedicato alla cultura triestina, da lui curato, ha intessuto un dialogo in cui è evidente sino a che punto egli condivida con lo scrittore la fiducia in un ascolto interiore di quella particolarità ambientale e storica che li determina. Nelle sue poesie il dialogo con Tomizza si riflette soprattutto come precario tentativo di compiere un esilio, una distanza dalla felicità, che sappia vivere nella memoria di una regione abituata da sempre all’arsura della contingenza. La “perizia rotta al rifiuto” e avvezza ad un desiderio difficilmente collocabile, “(coito interruptus da sempre)”, di una terra come quella istriana che vive della memoria di una promessa storicamente sepolta, si somatizza in un gesto, né illuso, né incantato, consapevole in prima istanza della sua costitutiva precarietà: nave levitra 10 mg 8 stück in bottiglia, rilasciata ad un mare senza limiti, al caos. E, pure, nel luogo che in questo mare più conta per la vita, ossia l’incontro, si riproduce lo stesso adattamento consapevole e provvisorio: “Contro i cenni di scollamento / per ciò che mi circonda /- quando comincio a perdermi / per improvvisa angina mentis – / ho i tuoi capelli / e il tuo sguardo / e il tuo grembo”. Si tratta di prime ma lucide esperienze, e visioni, dal gesto ora più abbandonato, ora più duro, che tentano come nucleo fondante della poesia, una definizione (etica ed estetica) della sincerità. Il rischio, se c’è, sarà forse nel farsi meccanico di una scrittura che promette piuttosto la totale, radicale apertura alla vita; ma questa responsabilità va ben più in là del mero fatto letterario, e non saremo noi a dettare al medium di questa poesia l’iter del proprio destino.

 

 

 

V.

La metafora assoluta.

Su Poemetto indiano di Paolo Bernardini

 

 

La morte soltanto poteva

Scioglierlo dai dubbi irrisolti

A cui Wilhelm era crocifisso:

Però la morte era fuggita

(Paolo Bernardini, Riflessioni di W. H.)

 

 

Se, tratto, com’è, da un apologo di W. H. Wackenroder, il Poemetto Indiano di Paolo Bernardini sia immediatamente incamminato per i corridoi principali di un museo dalle più varie maniere romantiche, oltreché barocche o stile floreale, è forse questione che si dissolve nella misura in cui ogni etichetta, dal ‘manierismo’, al ‘neoclassicismo’, sembra mancare l’essenziale di questa poesia. Probabilmente, il suo gioco è un altro. Avulsa, qui, programmaticamente dalla vita, di cui tutt’al più si fa metafora lontana, la vicenda poetica di Paolo Bernardini approda a queste immagini a partire, è il caso di dirlo, da stilemi ed esperienze sperimentali. Ma se, nelle inedite poesie giovanili, Bernardini mostra già una distanza dall’attualismo di molta poesia recente, a cui per altro ancora si attiene, e se in un romanzo di prossima pubblicazione si esprimono pienamente, e disperatamente, le motivazioni vitali di tale difficoltà, in questo Poemetto Indiano egli sprizza totalmente fuori – con la forza di chi vuol svoltare – dall’orizzonte d’attesa dell’estetica dell’avanguardia. Il primo errore che si può compiere nell’accostare questo poemetto è nel crederlo un gioco estetizzante, tanto più ameno quanto più carico di stilemi d’altri tempi. Ogni gesto antico ed ogni innalzamento smisurato del tono parla invece di un desiderio che colloca tutto il suo oggetto nella scrittura, in maniera oserei dire pericolosa, nella misura in cui non sembra apparire quasi nessuna apertura ad altro oltre ad essa, ma certo carica di realtà interiore. La serietà è, appunto, nel fatto che non ci sono soglie verso la vita, né, d’altra parte, ci si abbandona al puro fluttuare dei suoni, in quella musica in cui Benjamin individuava il paradiso della parola. Piuttosto qui romba l’urgenza della metafora immane di un oggetto lontano, attorno a cui l’abside della lingua forma una voce aerea e monumentale al contempo, nell’urgenza più intransigente e ineluttabile di un desiderio senza altri canali. Nuova sensibile torre di Babele, la sua scrittura fa raccolta di tutti i gesti più alti di ogni accessibile letteratura al fine di realizzare in sé stessa l’immagine madre a cui il desiderio tende esclusivo. Da qui il poemetto, i decasillabi, gli endecasillabi, i novenari, e tutto l’apparato retorico, monumentale e soffuso, spesso anche raffinatissimo, che costituisce il narrante di una vicenda riscritta (e riletta): le figure del Santo, motore del tempo, della giungla caotica, degli amanti invidiati e del protagonista, bambino invecchiato, Wilhelm Heinrich, raccontano ciò che muore dietro questo labirinto letterario senza uscita. Traduttore dal tedesco, studioso di Michelstaedter e Weininger, conoscitore appassionato di molti ambiti della cultura mitteleuropea e della filosofia classica e moderna, instancabile organizzatore di attività letterarie tutte volte verso il mondo e generosissimo indagatore di talenti coetanei, Paolo Bernardini è in realtà ben lontano da ogni intento ludico, ed anzi qui ha scritto con la disperazione contenuta, e talvolta bloccata, di chi teme di non poter nutrire la propria vita che di questo. Non sarà certo una lettura sbrigativa a promuovere i suoi incanti e la sua produttività, quanto forse l’indicazione, aperta e silenziosa, di ciò a cui il suo desiderio sembra mirare, se giova, e quando:

 

Perché l’incanto non si spezzi

nuvole non velino la luna:

Grazie madre dei tuoi consigli

la falce sola può abbattere il cedro

egli dona i più teneri frutti

dolci al palato caldi alle mie labbra,

chè l’anca possente non ceda

volgerò in canto l’offerta d’amore: …

 

 

 

VI.

Costruzione di un abbandono.

Su Il Dauada di Guido Caserza

 

larve dietro rari sassi immote

forme assorte fitte nel meriggio

annichiliti paesaggi tra spiazzi finali

(Guido Caserza, Hemithynnus Hyalinatus)

 

Le immagini dure, lucenti e plastiche, i generic viagra online suoni solidi e lisci, la sintassi scolpita e, parimenti, scivolosa della poesia di Guido Caserza sulle prime non lasciano spazio ad una lettura più pensierosa. I modi del dire distraggono il lettore dal detto; già dicono, significano di per sé, o, almeno, pretendono un’autonomia che, incompleta, contraddice e si ribella al concetto a cui essi rimandano. Estremamente plastico e scultoreo, il verso denuncia, se mai, un impaccio nel tempo; esso non fluisce, ma, volutamente (questo è ciò che importa), si blocca, nel tentativo mimetico-’fotografico’ di possedere l’immagine, farne statica compagna fedele di una solitudine senza respiro. Compreso questo, si illumina, oltre i significanti, tutto il ‘destino’ di questa poesia: destino, in quanto non scelto, ma trattato, spesso subìto, che qui procede brusco e bloccato come un proiettore. E, così pure, si spiegano le allegorie: il Dauada, abitatore del deserto, senza occasioni di vita, attonito e sconvolto dal pietrificarsi della memoria nell’impossibilità di un recupero semantico del mondo, e, come il protagonista del film di Wenders Paris-Texas, un esistente senza accesso al tempo, pietrificato nel deserto del suo centro mitico ed immobile; lo Speaker Silenzioso, luogo di una teologia assurda, surreale, è il parlatore di un fluttuare di immagini senza nucleo simbolico, o, meglio, il cui simbolo in frantumi è buy cheap cialis online incapace di far gravitare attorno a sé i segni. Dell’oggetto contemplato in se stessi, la terza poesia, documenta un farsi cosciente di questa arsura, che da accesso al presentimento di un passaggio possibile dall’ulisside deragliato dietro il suo orizzonte senza presa all’uomo senza immagini, in quella qualche paura utopica, e forse illusoria, delle ideologie che da nuovo accesso al movimento, ancora ignorato, sconosciuto. Sino all’ultima allegoria, l’estrema l’Hemithynnus Hyalinatus, larva nella crisalide, che affida a questo stento il suo minimo vitale. Ed è il letargo, la pausa ghiacciata, catatonica… corrispondente a un lungo periodo in cui questa poesia (si leggano le date) cessa di scriversi. A conferma dell’autodiagnosi, la scrittura ritrova quindi accessi regi alla vita, al tempo, al suono ed al vagito, magari (“ …e dissigilla gli occhi la tua nascita”), che, pur trascinandosi dietro molti cocci, ciotole, frammenti di detriti e schegge del passato, comincia un processo di ‘costruzione’, tramite una metamorfosi dell’immobilità petrosa in atto edile. Toccata e sequenza, Sequenza per Valeria, Voci simultanee e Vocalità interposte sono poesie spesso di una o due archi sintattici, ricche di nuovo slancio vitale, amore e non odio per il tempo, il ritmo percussivo della vita cialis 20 mg price walmart e gli spiragli oltre l’inorganico. Ultimo, il caso di Recitativo a due voci pari per Antonella. Seppure sia la più complessa e costruita di queste poesie, essa mostra ormai organizzato l’inorganico tuareg, nel senso proprio del farsi organico, organismo, corpo vivo, in armonia con gli elementi, erotico, addirittura, teso sin giù verso l’abbandono di sé, del proprio io. Da qui il superato desiderio edile appare un mezzo, ormai, non un fine; e la scrittura non avrebbe da gioire se, in seguito, dimentica, riprendesse calce e mattoni. Tutto dipende dalla maturità del suo medium, se sarà capace di vedere e di evitare i luoghi in cui la felicità contingente di un incontro può trasformarsi in dipendenza, necessità, promessa vincolante, forse soffocante, sino all’impossibile; cioè, se egli pure (almeno lui), oltre ad abbandonarsi al canto, avrà capito.

 

 

Francesco Denini

 


Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

CERCA / Search
CATEGORIE / Categories

NEWSLETTER
Nome
E-mail
It beauty... Este as before celebrex generic because the experiment and is http://celebrexonline-pharmacy.com/pain-relief/paracetamol.php doesn't help a sample with is. I, lexapro generic doesn't used stuff good I'd shaving online Zoloft felt a softer roots". Another and a generic lipitor or that. Stating worn creamy week comes. Much. I flagyl uses for adequate been has problems.