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QUADERNO T – di Francesco Denini (2014) [165]

aprile 4th, 2014 by Francesco Denini

Si tratta semplicemente di un brogliaccio di appunti, aforismi, battute, altro materiale vario, conservatosi negli anni in modo del tutto estemporaneo. Nulla di serio. Alcuni frammenti sono recuperati da quaderni passati; altri sono frasi appuntate lungo i margini dei libri più diversi; altri ancora sono schegge disperse in conversazioni o post estemporanei inseriti su diversi social network. Spero in questo modo di radunare e insieme dar sfogo a un eccessivo ‘talento’ per l’incompletezza. [ultimo numero: 165; marzo - dicembre, 2014].

Foto di Mariapia Branca, in un interno della casa Pedreira di Gaudì a Barcellona

 

 

1 – Allergie

Non aveva mai sofferto davvero di allergie, ma, quell’anno, con l’arrivo della primavera, si trovò congestionato – non da starnuti, e nemmeno da orticarie – ma da aforismi.

 

2 – Critica creativa

Vale sia per il presente sia per il passato: bisognerebbe sempre sintonizzarsi con il possibile e il potenziale, nel momento in cui si cerca di mettere a fuoco una critica. Una critica che non estrae ciò che potrebbe altrimenti andare perduto, di ciò che è stato, o non coglie ciò che potrebbe essere migliore (con uno sforzo possibile), di ciò che è presente, tende a votarsi inesorabilmente alla sterilità. Non c’è ragione storica o ideologica che possa redimere la critica da questo errore di metodo: nemmeno la stroncatura più feroce può fermare lo slancio creativo, né il plauso più solidale può placare il dubbio che lavora sullo sfondo.

 

3 – Critica sterile

Con tutto il loro senso critico, l’unica cosa che erano riusciti a ottenere era quella di aver infestato qualche dipartimento, qualche blog letterario e qualche circolo culturale, di ‘arido vero’.

 

4 – L’altro

Infondo, non era molto cambiato. Parlando di alterità, alternava autentico altruismo e alterigia.

 

5 – Problemi di storia

Alcuni problemi storici li ritrovava vivissimi: le conseguenze della morte di Gobetti; il concetto di novitas in Francesco d’Assisi; la libertà nel rapporto con il divino di Giobbe.

 

6 – Sfuggente

Dilettante di professione, specialista a tempo perso.

 

7 – Consigli

- “Ragazza mia, tu che ne sai! Ti sei sposata tanto presto!”

- “Figlio mio, ci arrivi adesso?! Ti sei sposato talmente tardi!”

 

8 – Techno

Salvare il meglio della musica techno come si preserva un mosaico ad Aquileia.

 

9 – Arte e vita

- Stava chiedendo scusa attraverso la sua opera. E, d’altronde, non era esattamente lui che doveva scusarsi: era stato, di fatto, una persona cortese. Quella che doveva scusarsi era, appunto, solo la sua opera.

- Stava chiedendo scusa attraverso la sua opera. Questa era la sua vera disonestà. Con la sua opera, teoricamente inattaccabile, cercava di mascherare le violenze perpetrate, dovute solamente a preconcetti, cattive abitudini e a un suo falso Sé, avvizzito dentro un Ego riarso.

 

10 – Piccolo laboratorio su Bartók

Cercare quanti frammenti a quattro linee del Microcosmos di Bartók sono immediatamente adattabili al quartetto d’archi. Quindi, ipotizzare percorsi di sviluppo coerenti.

 

11 – Mediazione a corrente alternata o strategie ‘bastone/carota’?

Se cercavi di parlargli in termini teorici, ti rispondeva su un piano fortemente umano. Se invece cercavi di parlare al uomo, replicava quasi con proclami, come se tu fossi uscito dalle fila avversarie o dalle fila alleate.

 

12 – Punti di vista o esiti alterni?

- Suo padre era uomo dallo spiccato sense of humour e idee decisamente liberali: perciò gli fu possibile conservare la libertà di sorridere.

- Suo padre era uomo dallo spiccato sense of humour e idee decisamente liberali: perciò si prendeva la libertà di ammorbare gli amici con frasette acidelle e anodine.

 

13 – Canti d’osteria

Versione punk dei canti d’osteria di Henry Purcell. Quindi, immancabile remix.

 

14 – Altruista

Era talmente altruista che, lui, non faceva distinzioni: per lui qualsiasi ‘altro’ era lo stesso.

 

15 – Nessuno

Non c’è proprio davvero nessuno che studi gli scritti di Paul Mathis?

 

16 – Solitudine

Si chiamava Toni Schiavi. E, per colpa del suo cognome ‘al plurale’, si sentiva perso se non era alla testa d’una qualunque moltitudine.

 

17 – Cuore

In cuor suo ce la metteva tutta per combattere per una nuova rivoluzione antropologica, solo che gli uomini – accidenti! – erano così indisciplinati!

 

18 – Una bella coppia

Tagliavano l’erba in giardino, per respirare insieme il profumo di Euridice.

 

19 – Sempre piú triste

Provò con qualche fiacca esca. Dopodiché tolse dalla sua pagina fb gli auguri che aveva ricevuto a Capodanno.

 

20 – Simmia o Cebete

Ma è poi così importante, per la musica, contrapporre Simmia e Cebete, logos e numero, matematica e semiologia (Fedone)? Non è forse ogni ascolto nulla più che una delle infinite possibili commistioni di tali punti di vista?

 

21 – Aforisma (anche quello musicale)

Una risposta talmente incisiva da far dimenticare la domanda.

 

22 – Il diverso

Altruista per professione, stizziva per un momento di gioia di un vecchio amico.

 

23 – Sguardi

“No, credimi! Quello che hai visto, quando mi hai guardato, ti giuro, non ero io!”

 

24 – Decollocare

Predicava la libertà dal lavoro con le sovvenzioni del Totary Club.

 

25 – Astuto

Avendo studiato con Ulisse, si sentì in obbligo di aprire un banchetto di cavalli di Troia.

 

26 – Specialista

Era bravissimo a recitare Re Lear, perché non capiva assolutamente niente circa il dramma di Amleto.

 

27 – Inquisitore

Destino del Grande Inquisitore – prima o poi – è quello di bruciarsi la veste.

 

28 – Spiazzato

Era talmente abituato a litigare che trovava disdicevole ammettere di essere d’accordo.

 

29 – La morte

Toccare le vuote pareti dell’Ade e ascoltare la voce dell’ombra di Achille è un tutt’uno.

 

30 – Gli intellettuali

Aveva tanto in odio gli intellettuali (c’era tutta una storia dietro a dargli le sue buone ragioni), che arrivò persino a scrivere un libro.

 

31 – Chiarezza

“I Normanni sono mortali. Socrate è mortale. Quindi, Socrate è Normanno.” – … Come non sta in piedi! Metti in dubbio la mia sincerità!?”

 

32 – L’arrivato

Si era spremuto come un pazzo per diventare psicologo: divenne massone.

 

33 – Avrà letto Ellison?

Era un ‘uomo invisibile’. Quando la situazione era un po’ più seria, si faceva un bagno suonando la tromba.

 

34 – Il vero motivo

Avevano fatto il diavolo a quattro per far saltare tutto, senza che nessuno comprendesse il motivo. Nulla saltò, ma loro fecero comunque un qualche ‘avanzo di carriera’.

 

35 – Un tipo deciso

Con la politica aveva risolto ogni problema: dalla parte del governo in tempi antidemocratici, all’opposizione nei tempi incerti.

 

36 – Ingrato

“Beh, sì ti abbiamo preso in giro, ma solo perché ce lo diceva il nostro capo! E poi, dai, guarda che spallone ti son venute!”

 

37 – La buona vecchia Europa

Giustamente non volevano costruirsi dei nemici; perciò decostruivano amici.

 

38 – Pulizie di primavera

Vecchia polvere per nuove zanzare.

 

39 – In attesa del colpo di genio

L’intenzione di un artista nel atto di compiere/non compiere la sua opera non dovrebbe porsi rispetto al pubblico in modo molto diverso da come dovrebbe porsi un buon psicanalista rispetto alla riuscita/non riuscita conclusione di un’analisi. Una spiccata capacità di accoglimento nell’uno dovrebbe corrispondere a una grande capacità comunicativa nell’altro; una spiccata capacità di avviamento alla vita nell’uno dovrebbe corrispondere un vivace istinto innovativo nei linguaggi nell’altro. Per riuscire in questa impresa credo ci vogliano, in entrambi i campi, idee chiare, molte esperienze (proprie e/o assunte), capacità di ascoltare i consigli e un bel lavoro di équipe di interpreti, critici, tecnici e altri artisti alle spalle.

 

40 – Sconosciuto

L’avevano talmente criticato, biasimato e avevano talmente approfittato della sua disponibilità, che, quando se ne andò, scoprirono con sorpresa che nemmeno l’avevano veramente conosciuto.

 

41 – Privilegiato

Alternava maldicenze e maledizioni. Il suo ‘male’, per sua fortuna, era dicibile.

 

42 – Elohim

Infondo è vero che, lui, agli elohim, ci aveva sempre un po’ creduto; solo ora cominciava a comprendere però che erano loro a non credere in lui.

 

43 – Distanza

Inconsciamente aveva capito che l’importante era, su tutto, mantenere la distanza di ‘insicurezza’.

 

44 – … di ‘natura’

Lui lo sapeva, perché ci era nato. Se venivi sù da uno di quei quartieri lì, fare, ogni tanto, un poco lo …’stronzo’, faceva status.

 

45 – Patologia

Nessun fenomeno paranormale, purtroppo. Nemmeno ‘voci’. Collegamenti, sempre di meno. Qualche sguardo, bhe!, quello, sì; ma che importa. La sua patologia, insomma, s’era ridotta a ben poco. Percepiva solo ‘orecchie in ascolto’. E una voglia folle di concludere opere.

 

46 – Gladiatori della mente

Gli aforismi scendono nell’arena armati più di bisturi e pinzette che di gladii o di lance. Infatti non intendono uccidere uomini, ma pregiudizi, maldicenze, pensieri vuoti, stanchi usi.

 

47 – Biasimo

Di nascosto criticavano la sua presunta ipocrisia.

 

48 – Quasi perfetto

Il suo unico errore era la convinzione. Era in cuor suo così sinceramente convinto dell’assoluta validità della sua interpretazione, che non si accorgeva minimamente di quanto fosse arrivato ad un passo dal diffamarlo.

 

49 – In teoria

Teorizzava cortesia e scortesia a seconda delle situazioni e delle opportunità. La scortesia, però, gli veniva meglio.

 

50 – Telefonata

“È stata, a dire il vero, una telefonata cordiale; al fondo, più in basso, meno visibile, e nemmeno troppo fastidioso, riposava solo un piccolo screzio … che era poi, a tutti gli effetti, (ripensandoci era evidente, almeno ai suoi occhi) solamente un malinteso.”

 

51 – Vanilla Sky

Con loro stava benissimo, davvero. Gli voleva bene, e sentiva che gliene volevano. Avevano bei ricordi in comune e – sebbene non più vicinissimo, ma sempre vivo – potevano ricordare insieme qualche momento quasi magico. Solo, si sentiva un poco a disagio alle loro feste. Si trovava in un ambiente à la Vanilla Sky, dove potevi trovare (era lei la prima a descriverle così) persone talmente prese dal loro narcisismo mentale da giocare contemporaneamente, con esiti per altro impeccabili, decine di ‘partite a scacchi’ intellettuali. Si rendeva conto che, in quel ambiente, si decidevano, anche così, scelte, decisioni e nuovi lavori. E, in realtà, ammetteva che era lui che ne risultava assolutamente opaco, per suoi limiti; e, soprattutto, che non gli dispiaceva affatto che ciò accadesse. Non era, insomma, colpa di nessuno; e le loro orbite non avrebbero subito effettive deviazioni. Solo, chiese loro scusa, dicendo che non si sentiva la persona giusta per quegli incontri.

 

52 – Sogno

Percorse le scale del palazzo dove abitava, prima verso l’alto, e poi giù, verso il basso, sino ai piani interrati, superando anche gradini parecchio dissestati. Là sotto abitavano, con sua sorpresa, amici e fratelli che avevano in vario modo rotto con lui. Lui, non aveva mai rotto con loro, aveva solo scelto imperdonabilmente di essere sé stesso. Cercava di incontrare il loro sguardo; ma, per ora, almeno, senza alcun successo.

 

53 – Musica e proposizioni

La musica concerne ambiti non proposizionali. Il suo significare è relativo a espressività che interessano anche percezioni con un qualche valore etico, ma nella potenziale sospensione di interessi e valori. Come richiederebbe l’apprezzamento estetico. E il gioco.

 

54 – Musica e religione

La kabala accetterebbe un tale salto oltre il senso? E l’Apocalisse di Giovanni? Qual’è la sutra, nel Corano, che potrebbe rispondere a questo dilemma? Dio, fattosi suono, potrebbe lui stesso aprire la domanda?

 

55 – Idea e ascolto

Una qualche forma di platonismo sembra permanere nell’ascolto. Orienta espressioni ed emozioni verso saperi privi di definizione: forme di attesa percettiva, cognitiva, etica, in cui un qualche soggetto si configura, sì, ma sempre in assenza d’ogni precisa identificabilità, sotto la soglia del giudizio determinante, ma ancora ben accessibile al giudizio riflettente. Forse per questo Plotino ha ipostatizzato, in termini metafisici, il nesso pitagorico – ancora variamente attivo – tra filosofia e musica.

 

56 – Ascolto e demoniaco

Difficoltà costitutive dell’ascolto. Per una soggettività strutturatasi in ambiti proposizionali la musica può risultare priva di contorni chiari. Da qui, l’identificazione col demoniaco, col vago, col poetico, col desiderio, tanto più forte, quanto più il ‘cristallino’ dell’ottica soggettiva risulta rigido, incapace di adeguarsi ai contorni flessibili della musica. E la soggettività conseguente risulta, di fatto, disarticolata da ogni sensibilità ai miti dell’anima, desimbolizzata, propensa a onnipotenze continue, coartata da idola rigidi e rigidamente inquisitoria. Qualche risposta davvero nuova potrebbe arrivarci, in questo senso, forse, dalla neurologia.

 

57 – Sogno muto

C’è un ascolto preparato dall’attesa. Tale ascolto ‘sperato’ è sempre un ascolto eccessivo. L’intelligenza musicale assomiglia qui a un sogno muto, in cui la comprensione è emozionale. Ed è oltre ogni calcolo orfica, dionisiaca, spesso ben oltre la soglia del senso comune. Essa è surreale ed ambigua, e, quindi, insomma – almeno per coloro che non se ne capacitano – effettivamente demoniaca.

 

58 – Ancora diabulus in musica: istruzioni per l’uso.

Comprenderne bene la struttura. Allegorizzarne il sortilegio. Smascherarne la simbolizzazione. Ridere del esorcismo (della resistenza). Ritrovarne il perturbante, al grado secondo.

 

59 – Poveri diavoli

In fondo, non erano completamente maligni. Vedevano il male, ma solo negli altri.

 

60 – Belacqua

L’azione sociale della musica è lenta e travolgente, sebbene lo stesso musicista, nella maggioranza dei casi, non sembri portato ad afferrare cose designate o a controllare prescrizioni. Nella sua pozza umida di vita, però, quella stessa – per intenderci – del Belacqua dantesco, la musica sa comunque coinvolgere prospettive e intenzioni, senza per questo seguire pedissequamente le classificazioni del Platone di Repubblica. Durante la guerra la musica può far del suo meglio in infermeria. Può anche rendersi utile come ‘eccitante’ di aggressività, durante la battaglia, gridando slogan. O, infine, può farsi sentinella di avvisaglia e di avamposto, cercando nel fondo di sé stessa. Ed è forse proprio quest’ultimo insight d’intelligenza che irrita i caporali: mentre fa strada all’esercito, infatti, la musica rimanda a un mondo ben al di là della battaglia.

 

61 – Sentinella all’ascolto

La sentinella all’ascolto è anarchica. Il suo senso del futuro è plurale ed inquieto. E il narcisismo dei poteri l’affloscia: là dove la comicità ne ride, la musica ne disfa la durata. E la sua stessa inclinazione al magnificat sorvola il principe ed ogni ipostasi magnificata. Ciò che essa magnifica è sempre altro. La sua durata, perciò, è ancora oltre.

 

62 – Laboratorio futuro

Battito d’ali d’un gufo silenzioso.

 

63 – Laboratorio su Ives

Ai cantanti pop americani chiedere di cantare, in modi personali, i 114 song di Ives.

 

64 – Avanguardie musicali

Avanguardie musicali: mentre ispirano l’azione del principe, ne criticano… ne oltrepassano le mire.

 

65 – Indeterminata

Affermazione o negazione in musica? Comunque, strutturalmente indeterminata.

 

66 – Laboratorio su Gesualdo

Trascrivere per quintetto di fiati tutto il VI Libro dei madrigali di Gesualdo.

 

67 – Inconsistenza

Non far nemmeno troppo affidamento sulla propria inconsistenza. L’inaudito oltre noi stessi.

 

68 – Non letto

Jazzisti del XXI secolo. Perfetti nel loro suono e nel loro gioco, sanno qualcosa dell’esistenza di Ralph Waldo Ellison e del suo ‘uomo invisibile’?

 

69 – Immagine

Ancora suoni, lungo il fondo friabile dell’immagine.

 

70 – Uno strano caso

Soffriva di manie di grandezza. Ma di grandezza … degli altri.

 

71 – Pop

Pop art, pop music. Disequazioni.

 

72- Arcipelago

L’utopia può essere fertile? Sempre? Conta, piuttosto, l’isola o – ancor meglio – l’arcipelago.

 

73 – Umanesimo animale

Umanesimo musicale, oggi: tradurre in lingua umana gli uccelli esotici di Messiaen.

 

74 – Gli arrotini

C’era stato evidentemente un sorpasso, che rendeva ai loro occhi imperdonabile che egli si sentisse assolto più di loro.

 

75- Suono

Disporre il suono come una sonda. Cercare di comprendere cosa si dice con la parola ‘ascolto’.

 

76 – Gigle

Ogni gingle, un ammiccamento.

 

77 – Laboratorio su Varèse

Installare brani da camera di Varèse in spazi dal colore mutevole e sensibili al mutamento coordinato suono-luce. Poi, chiedersi se il lato acustico dell’istallazione, così disposto, è sound art o musica.

 

78 – Laboratorio su Schoenberg

Fare lo stesso esperimento con Die glücklische Hand, il Pierrot Lunaire o gli Orchesterstucke op. 16 di Schoenberg.

 

79 – Levinson

“Organizzazione temporale di suoni […], che ha il proposito di arricchire o intensificare l’esperienza impegnandosi in un’attività (l’ascolto, la danza, o l’esecuzione di un’azione) e in cui i suoni sono considerati primariamente, o in misura rilevante, come suoni.” (J. Levinson, 1990).

 

80 – Platonico, a sua insaputa

In teoria era un indomito rivoluzionario, ma in pratica trovava ogni ipotizzabile rivoluzione così maledettamente imprecisa.

 

81 – Rock music

Sostanzialmente una questione di luce.

 

82 – Laboratorio su Strauss

Isolare da ogni elemento tematico i grandi campi accordali di brani per orchestra di Richard Strauss – ad esempio, la Alpensymphonie. E tessere gli accordi puri in sequenza.

 

83 – Promemoria, europeo (e non solo) in una prospettiva globale

Al di là dei piccoli o grandi ‘parricidi’ (termine in qualche modo abusato ideologicamente), al di là d’ogni simpatia e di ogni antipatia, e al di là d’ogni valutazione complessiva, di ogni dietrologia, di ogni ripensamento storico, e anche dei problemi determinati dal cosiddetto ‘equilibrio del terrore’ tra ovest ed est, bisognerebbe mantenere fede alla distinzione tra il numero di coloro che hanno attraversato quella che Arno Mayer ha chiamato la ‘guerra dei trent’anni’ europea – quella cioè che si è avuta dal 1914 al 1945, nel passaggio, attraverso le dittature, dalle aristocrazie ottocentesche ai più diversi processi di democratizzazione del secondo Novecento, e quelli che non ci sono passati: bisognerebbe rivalutare le fatiche (e anche qualche inciampo) di chi ‘ci è passato direttamente’ e, per contro, non sopravvalutare troppo gli atteggiamenti ‘eroici’, ma in realtà narcisistici, che si fingono ‘reduci indiretti’ di che, in realtà, non ci è passato direttamente.

 

84 – Musicoterapia

Un quesito per musicoterapeuta (sulle orme di una autentica psicopatologia musicale): “dimmi cosa (non) ascolti, e ti dirò chi sei”.

 

85 – Condivisioni

Non condivideva sempre le sue opinioni? Evidentemente ce l’aveva con lui.

 

86 – Due vettori di stima

Lo sapeva bene, ormai; al punto che non ci faceva più nemmeno caso. Eran di quelli dal cui incontro si usciva, sempre e puntualmente, con una cortesia e una cattiveria. Evidentemente, dopo averle subite da altri (alcuni dei quali erano stati loro maestri), ne erano addirittura diventati orgogliosi, quasi si fosse trattato di una qualche palestra per la mente. Di fatto, non si erano mai peritati di distinguere bene le due cose. E così confondevano naturalmente intelligenza e cattiveria. Perciò si era deciso a non prendersela troppo: la loro cattiveria era l’unico loro modo per attribuirgli un po’ di stima.

 

87 – Disordine in soffitta

Nessuno se la sentiva di ammetterlo, ma in soffitta c’era ormai un disordine insostenibile. Non era tanto importante la questione dell’esistenza di Dio, quanto il Suo modo di disporre le cose nel mondo; ovvero – più banalmente – del modo in cui le leggevano, le cose, gli uomini. Aveva iniziato Sigmund Freud, attribuendo a un principe greco, tale Edipo, il paradigma di tutti i problemi di Amleto, un altro inquieto principino, ma danese (dal carattere, per altro, del tutto anglosassone) con problemi in famiglia effettivamente non piacevoli, ma – a dirla tutta – piuttosto normali. Nonostante la sverniciata positivista, Freud era rimasto ancorato, per molti versi, a una cultura e una mentalità ebraica. Quindi il comportamento che si sentì di sostenere con il ‘ragazzo’ aveva tutti i tratti del carattere di Mosè (ma – si badi bene – presupponendo la possibilità di contemplare le reazioni al divino e al paterno di un Giobbe); qualcosa, che purtroppo poco si poteva conciliare con le tradizioni che venivano fondendosi in quel paese – che non era certo l’Austria – ricco di tabù cattolici e i maternariati mediterranei (da lì, tutte le derive possibili e immaginabili: i complessi di Laio, Fedra, Elettra e chi più ne ha più ne metta). Se poi si condiva il tutto con un po’ di laicismo materialista lucreziano-marxista, con insalata d’immancabile horror vacui et naturae, ne veniva fuori (e accadeva davvero) un tale disordine di contesti per cui, alla fine, ci si stupiva ad ogni passo di non avere per nulla tutta quella esperienza che si credeva di avere, nonostante i millenni conservati in soffitta. Eppure c’era tutto: il modo ebraico di vivere il passaggio tra uomini (diretto nel contrasto, anche aspro, e vitale nel rispetto), il modo mediterraneo di vivere la ‘grande madre’ (fertile nei modi e nel senso naturale del limite), la libertà anglosassone nel rifiutare ogni stritolamento ‘famigliare’ (in nome di un’immagine pretestuosa e ricattatoria dell’altro) e il buon senso cattolico di condivisione del bene equamente distribuito, almeno per quel che è possibile, e qualche ipotesi ‘marxiana’ per realizzare tale condivisione. Non mancava nemmeno il retaggio di luce che tutto ciò comportava, presente nei tratti coranici che certo non mancavano all’appello. Insomma, accatastato in soffitta, ma a rischio di erosione per via dell’umidità, e alla mercé dei tarli, non mancava proprio niente. Mancava solo, non tanto un’Architetto divino, quanto un umanissimo ‘arredatore di interni’, qualcuno, che fosse in grado di redistribuire e riutilizzare ciò che ora rimaneva nel più totale disordine; qualcuno, che potesse avere la capacità di sintesi degli indiani, il senso delle proporzioni giapponese, il senso di leggerezza cinese, e magari la vitalità africana o lo sguardo dell’acquila pellirossa. Ma questo avrebbe implicato nuovi oggetti in soffitta: e c’era rimasto davvero un po’ di spazio in tutto quel disordine? Il disordine di quella soffitta si stava trasformando in malessere dell’anima, non senza ricadute nel comportamento dei più. E i componenti di quella strana compagine che l’impresa di pulizie avrebbe prima o poi mandato in extremis sarebbero stati capaci di capirsi e mettersi d’accordo?

 

88 – Il lettore ideale

Da semplici segni, oltreché da persone che semplicemente glielo dicevano, aveva avuto modo di capire che qualcuno leggeva davvero le frasette che scriveva su facebook. Ed inoltre capì, piuttosto presto, che aveva davvero, anche lui, qualcosa come un Lettore Ideale, sebbene del tutto speciale. Il suo Lettore Ideale – che come ogni ideale era del tutto irraggiungibile – era il Vuoto. E questo l’aveva capito dalla leggerezza che veniva facendosi attorno a lui quanto più procedeva nello scrivere quei brevi frammenti. Di fatto, si era reso conto che ognuna di quelle frasi rispondeva ad uno stesso identico slogan tanto costante, quanto insistente: ‘Colpevole chi legge’.

 

89 – Prescritto

Era l’ultimo a pagar quella pena. Dopo di ché la legge fu cambiata.

 

90 – Guai

Erano obbligati a sputare sull’eretico messo alla gogna. Lo facevano per evitare guai.

 

91 – Precordi

Arrivava dalla Direzione – periodico come una brezza calda e terribile come un terremoto – lo stesso slogan sorgivo dai precordi: “Trovategli un punto debole! O, se no, inventatelo!”

 

92 – Impreparato

Aveva trovato arguto intitolare il suo romanzo – sottilmente satirico – First Dead Novel. Quando però gli fu chiesto, quasi seriamente, di menzionare davvero un ultimo romanzo vivo, scoprì con disappunto che non era in grado di rispondere.

 

93 – Distacco professionale

Psicanalista e psicoterapeuta, ma da un salotto e per conto terzi.

 

94 – Sempre al di là dell’ultimo livello

“La musique est probablement au niveau de ce qui pourrait être au plus près de la quintessence du signifiant. Le signifié est lointain, fuyant, perçu par paliers, et cependant inaccessible, car toujours au-delà du dernier échelon.”

Paul Mathis

 

95 – Un vero cuore greco

Sognava di scrivere romanzi in francese, poesie in italiano, drammi in inglese, aforismi in tedesco.

 

96 – Sterne und Gebirge

Uomo di successo e dal dolce carattere, ogni giorno come un angelo azzurro viaggiava anni luce dalla Galassia Guttenberg alla Galassia Zuckerberg.

 

97 – L’amico schizofrenogenico

Disapprovava le sue scelte. Se avesse scelto come lui avrebbe voluto, gli sarebbe mancata per sempre quella stima di sé che lui voleva negargli in partenza. Ora invece gli toccava accettare che si stimasse, che è poi ciò che lui più disapprovava.

 

98 – Cura

Il narcisismo in un aforisma è inseguire il Grande Stile. La cura in un aforisma è regalare un po’ di respiro.

 

99 – Imperatore Tiberio

Era davvero così. Come Tiberio, governava ‘meglio’ dall’isola di Capri. Con poche direttive, consultandosi con i suoi, e soprattutto ben distante da ogni benché minima interlocuzione.

 

100 – Gente per bene

Scomodavano Marx e Freud per fare mobbing su chi dissentiva, in nome di un grande futuro. Scomodavano Agostino e Tommaso per torturare mistiche ed eretici, in nome del grande passato. Incolpevoli naturalmente sia Marx sia Freud, sia Agostino sia Tommaso.

 

101 – Virtuoso

Gentile nella vita, volgare su facebook.

 

102 – Davanti

Poche cose son peggio della dietrologia; una di queste è la ‘davantilogia’.

 

103 – Post-uomo

A forza di rispettare il capo, non era più un uomo, ma un arto.

 

104 – Improvviso

Si trasformò in un corvo. E volò via.

 

105 – Quattro pezzi op. 5 di Alban Berg

Vier Stücke op. 5 per clarinetto e pianoforte (1913) di Alban Berg mostrano la tendenza a sostituire con derive caotiche i tratti della composizione solitamente caratterizzati da sviluppo del materiale presentato all’inizio. Si tratta di una modalità frequente in Berg, che pure in altre opere, come i Drei orchesterstücke op. 6, mostra di essere un potente contrappuntista. Là dove Schoenberg tende alla luce timbrica, Berg consegna la forma musicale, non senza nostalgia, all’entropia. Quando George Steiner, in Morte della Tragedia indicava in Brecht l’unico lontano erede della tragedia greca forse avrebbe dovuto considerare pure le opere di Berg. E non aveva torto Adorno là dove vedeva in Berg, più che in Schoenberg, il compositore a cui si ispirava il protagonista del Doktor Faustus di Thomas Mann, Adrian Leverkuhn. Berg, infatti, consegna definitivamente, e più di tutti, la sua poetica all’entropia. Timbro e forma si realizzano pienamente allorché si svuotano nella kenosis del suono. Ed è proprio questo aspetto, e la forza che ci sta dietro, che dà tempo, luce, bellezza alla sua musica.

 

106 – Mondo distante dall’uomo

Ciò che decise il successo delle opere liriche di Berg al loro primo debutto fu probabilmente l’energia delle storie e l’indubbia forza di seduzione della musica. La maestria timbrica trovava in certo Busoni, più che in Wagner, in Mahler o nello Schoenberg di Pelleas und Mellisande, la sua primaria fonte di luce. Di fatto, però, il senso più riposto di essa è segnato da un passaggio graduale e meticoloso, nel suo finissimo tessuto, dall’espressione al silenzio; qualcosa, che non appartiene né a Busoni, né a Schoenbrg. E la sua bellezza, oltreché nella maestria incredibile con cui è fatto il suo tessuto, è anche nel coraggio con cui la musica non si ferma un attimo nella sua marcia verso il nulla. In questo senso, L’ultimo nastro di Knapp di Beckett o La classe morta di Kantor sembrano quasi due pezzi comici. L’uomo di Berg è solamente una macchina entropica? C’è qualcosa che lo salva da questo divenire alla deriva? E quanto è vera questa verità, visto che nemmeno l’entropia sembra essere poi così ‘entropica’ quanto la rappresenta il pessimismo umano? Torna quindi la distanza del mondo dall’uomo. La nostalgia verso la speranza di accudimento che dava il mondo tolemaico crolla e si trasforma nel Es ist genug (é abbastanza) del corale bachiano che chiude il Violinkonzert di Berg.

 

107 – Parziale ribellione/attrazione del pubblico

È comprensibile che ci possa essere, nei confronti di queste poetiche, una qualche forma di ribellione dell’audience. L’ascoltatore entusiasta sembra rischiare di essere effettivamente più ideologico e costruito di colui che ascolta semplicemente con le orecchie di chi vuol vivere.

 

108 – Suono e senso

La discorsività brahmsiana del IV quartetto d’archi op. 36 di Arnold Schoenberg, soprattutto nel suo III tempo, spezza il giogo delle forme a cui Schoenberg stesso aveva piegato il procedimento dodecafonico. Ne risulta un risorgere del timbro che, se siamo troppo concentrati sul contrappunto, potremmo addirittura perdere. Frammenti di discorso si concatenano sino a sciogliersi in un delirio di timbri. E l’ascolto torna a fluire in maniera complessa, profonda, inconscia. Il tempo non è quindi più percepibile come concatenazione di cause materiali, non è più assimilabile a un intreccio di linee su una pagina, a un grafico cartesiano. Alla procedura, cioè, non si riduce il senso. E, quanto più qui il dio del senso sembra mostrarsi distante, tanto più un dio del suono sembra avvolgerci.

 

109 – Procedendo per default

Aveva pagato con tutta la sofferenza che il caso di solito impone, e si era tirato su con le sue forze e un po’ di onesta fortuna sentimentale. Certamente, non era rimasto fermo a crogiolarsi. Tutto questo però, per i pigri (tra i quali c’erano anche persone care), risultava inspiegabile: nei loro parametri di forza, l’agilità e la creatività non erano contemplate. E comunque evidentemente non lo stimavano a tal punto da riconoscergli qualche merito. Doveva per forza essere persona da poco. Almeno quanto pensavano di esserlo loro.

 

110 – Verità

“Le stéréotype est la voie actuelle de la ‘verité’, le trate palpable qui fait transiter l’ornement inventé vers la forme canoniale, contraignante, du signifié.” (R. Barthes)

Questo scriveva Roland Barthes in Le plaisir du texte, sotto la cosciente infuenza di Nietzsche. E, di fatto, le ‘verità’ che attraversano la nostra quotidianità e permangono accanto a noi anche a volte per decenni – magari poi per sparire con un ‘colpo di vento’ storico (o privato) – non hanno e non possono quasi mai avere, anche in campi informatizzati, la natura e la forza logica stringente del ragionamento realmente formalizzato: sono, nella migliore delle ipotesi, frutto di ragionamenti induttivi, generalizzazioni statistiche in balia di predicati più o meno ‘sfumati’, ragionamenti probabilistici, annullabili o rivedibili, che saltano più o meno oculatamente alle conclusioni e che rimandano a migliori spiegazioni o a ragioni pragmatiche e di compromesso; nella peggiore delle ipotesi, sono frutti di vere e proprie illusioni cognitive, fallacie logiche, errori di ragionamento, propensioni o pregiudizi, argomentazioni ‘ad ignorantiam’ e via dicendo. E ciò che lega ‘psicologia’, ‘religione’ e ‘retorica’ (con ricadute via stampa, ma anche in sede di metodo storico più o meno oculato) è il muoversi in ambiti a medio, alto o altissimo rischio d’inferenza scorretta, soggetta a figure d’autorità, di propaganda, di seduzione individuale, spesso tanto più pressanti (fino all’ansia e all’angoscia, con ricadute inibitorie o esaltazioni maniacali) quanto meno sono, in realtà, forti intrinsecamente. In questo spazio si inseriscono le ricadute più diverse nella superstizione, nella ossessiva ‘certezza’ dietrologica, nella anticipazione inquisitoria (anche in ‘buona fede’) e nel sentimento difensivo di accerchiamento e di diffidenza indifferenziata, senza che nulla ci possa realmente proteggere, se non la nostra consapevole attenzione alle cose e la nostra agilità a vederle da più punti di vista contemporaneamente. L’arte può aver un ruolo importantissimo nello scombinare, in questi ambiti, attese e luoghi comuni, al fine di riattivare la curiosità di ricerca, l’apertura ad altre eventualità e la fantasia con cui congetturare ulteriori configurazioni potenziali di verità. La verità, in questo senso, non è nemica della fantasia; lo sono le sue ipostatizzazioni ideologiche o le più varie forme di rigidità con cui viene indotta a ‘fermarne’ la ricerca. E questo può, ad un tempo, criticare la critica dell’arte di Platone e specificare meglio l’idea potenziale di verosimiglianza della fantasia poetica di Aristotele. In questo senso, il pensiero si muove entro spazi di ‘saggezza’ in cui il senso della verità è anche una questione legata all’esercizio continuo della sua più mobile e proteiforme conformabilità temporale.

 

111 – Pensiero segreto

In cuor suo era convinto che Immanuel Kant stesso – fatti i conti con tutta la chiarezza necessaria in ambiti cognitivi e le sue conseguenze nel pensiero sull’uomo, con tutta la più equanime visione dei rapporti tra dovere, felicità e bene, e con le più sottili distinzioni nelle riflessioni sul bello, sul sublime e sul senso di finalità ultime – in un angolo riposto di sé stesso si pensasse, a tutti gli effetti (e a ragion veduta), un ornitorinco.

 

112 – Ascoltare / guardare

“… Guardate; guardate a fondo. E lasciatevi trasportare da tutto ciò che fa risuonare in voi ciò che si offre al vostro sguardo; siate come colui che va ad un concerto, con il vestito nuovo e il cuore aperto, promettendosi la gioia dell’ascolto, della semplice audizione in tutta la sua purezza senza voler a tutti i costi che i suoni prodotti dal piano o dall’orchestra rappresentino necessariamente un certo paesaggio, il ritratto di un generale, o una scena storica. … Impariamo a guardare come ascolta colui che va ad un concerto. La musica è una composizione di forme sonore, nel tempo. La pittura è una composizione di forme visive Nello spazio.”

Antoni Tàpies Il gioco del saper guardare (1967)

 

113 – Vaso

“Il vaso è posto nel luogo noto, né pieno, né vuoto” (Eugenio Montale, a sei anni).

“L’archetipo è un vaso che non si può svuotare, né riempire mai completamente” (Carl Gustav Jung).

 

114 – Globalizzazione

DJ, che – qualunque lingua parlino – sembra sempre che parlino giapponese.

 

115 – Barcellona e Genova

I tre scritti di Eugenio Montale dedicati a Barcellona (1954), raccolti in Fuori di Casa (1975), gettano sulla città uno sguardo dall’esterno, o forse si dovrebbe dire, in qualche modo, da Genova, pensando, almeno in parte, e anche esplicitamente, al ‘poeta viaggiatore’ Dino Campana (“… vi conducono sulla cresta rocciosa del Monte Segato – Montserrat, il paesaggio più esoterico, più teofanico del mondo – e giunti alla statua della Vergine nera – la Moreneta – si fanno il segno della croce e si prosternano in religioso raccoglimento. Forse pregò allo stesso modo il nostro Dino Campana, quando vide spiccarsi dalle cime della Verna la mistica, bianca colomba che gli ispirò una delle sue pagine più alte.”). Il confronto con gli scorci sulla città che Antoni Tapies getta dall’interno, nella sua Autobiografia, di più di vent’anni successiva (1977), può comportare il rischio di trascurare un poco le ricadute catalane della dittatura di Francisco Franco (1939-1947/1975), e, quindi, di cadere in equivoco circa l’apparente naturalezza con cui oggi sembra emergere la continuità d’ispirazione (continuità, per altro, giustificata e guadagnata dalla parte migliore della città) tra i grandi artisti visuali e spaziali, ovvero Gaudì, Utrillo, Picasso, Mirò e Tàpies. Certune ‘corrispondenze’ – una su tutte il dialogo tra le due sculture urbane di Roy Lichtenstein e di Juan Mirò (uno in zona Port Vell e l’altra in zona Exaimple, presso l’Arena), entrambe decorate con piastrelle di ceramica irregolari e frammentate, secondo la tecnica trencadis, fortemente utilizzata da Gaudì, ma con colori capaci di collegare, appunto, e sorprendentemente, i due artisti – hanno un valore a dir poco esplicito. Più esplicita ancora, ma in un senso fortemente dissonante, è la ricostruzione negli anni Ottanta, del Pavilló tedesco, per l’esposizione universale del 1929, di Van der Rohe, che vuole essere, con sguardo retrospettivo, una vera spina nel fianco per tutto l’immenso parco e per il museo dell’arte catalana, dalla retorica fortemente ‘franchista’, di Montjuic. Mentre più proiettate verso il futuro sono, a Genova, tutto lo spazio del Porto Antico di Renzo Piano (1992) e, a Barcellona, l’inserimento della torre di Santiago Calatrava (1989 – 1992). Indubbiamente, tutto ciò che è avvenuto sia a Genova, sia a Barcellona, negli ultimi quarant’anni, ha giovato, in un senso che, prima ancora che nazionale, è europeo: Genova ha riscoperto la sua congiunzione con Anversa e le città del nord tramite Rubens e la rivalutazione e il restauro dei suoi Rolli. Barcellona ha ritrovato il suo giusto rapporto con Madrid, tramite la valorizzazione di operazioni apparentemente specialistiche, come gli studi furiosi di Picasso su Las Meninas di Velasquez (presso il museo Pablo Picasso). E questo pone con ancora più forza l’emergenza delle discussioni accese circa la prosecuzione dei lavori della Sagrada Familia, da un lato, e sul non ancora totale accantonamento del progetto waterfront di Renzo Piano, dall’altro. E mentre Barcellona vince di prepotenza sul fronte musicale, con il suo Palau de la Musica (superiore al Carlo Felice di Genova), Genova vince di misura con il suo Acquario (superiore almeno nei contenuti e nelle attività rispetto all’acquario di Barcellona). E ciò che marca la prospettiva futura di entrambe le città, in questo gioco di confronti europei, può ritrovarsi nel titolo e nel tono di un breve audio-video, di poco più di 7 minuti, di Fredric Ariat (datato 2012), con ottima musica di Heiner Goebbels, che si può ritrovare, almeno in questo periodo (aprile 2014), in un angolo audiovisuale presso l’attico di casa Billà (la Pedreira) di Gaudì, dedicato ai ferri battuti neri della casa (in un gioco in bianco e nero che ricorda un poco i quadri di Franz Kline), intitolato, in catalano, Forja.

 

116 – Ho visto crescere una cattedrale

1983 – 1996 – 2014. Tre visite alla Sagrada famìlia: da due-facciate-separate-e-contrapposte-e-un-vuoto-in-mezzo a un non-luogo-della-spiritualità, in realtà molto modernamente spirituale. Lo stile floreale ha sempre flirtato con il kitsch e Gaudi lo fa con maggiore consapevolezza; al punto che il suo kitsch è, a tutti gli effetti, venato da una sorta di pop art ante litteram, senza per questo essere meno spirituale. A pochi mesi da una visita a San Pietro in Roma, che ho trovato, con tutto il rispetto, un po’ più hollywoodiana di come me la ricordavo, la Sagrada mi è parsa un centro commerciale della religione dove la religione è coltivata all’inseguimento di un Dio post-umano. Un impianto di diffusione del suono trasmetteva una messa rinascimentale; fosse stato Lontano di Ligeti o Helikopter-Streichquartett di Stockhausen sarebbe stato egualmente mistico. E se solo il volume fosse stato un po’ più alto si sarebbe ottenuto quel ‘silenzio’ che in uno spazio del genere potrebbe portare una grande folla vociante ad astrarsi del tutto fuori dal mondo.

 

117 – Normale amministrazione

Governava il mondo con i suoi sbalzi d’umore.

 

118 – Emersione subacquea

Il cavedio di Casa Batlló è, direi, l’aspetto più impressionante dell’edificio. Sale come si sale in una lenta emersione subacquea, in cui – a rigore – sembra solo possibile salire, per effetto della naturale spinta ascensionale dovuta alla pressione dell’acqua. L’idea di un labirinto ascensionale di alghe si lega all’immaginazione di un interno di conchiglia; e ciò accade come se fossero dimensioni in assoluto naturalissime al vivere umano, allargando già così ciò che l’uomo sembra aver sempre percepito di sé. Non la ragione, il logos o il linguaggio sembrano essere la sua specificità, ma quel ascendere tra le alghe, tranquillo e intriso di ossigeno.

 

119 – Chiaroscuro

Nulla di oracolare, per carità. Ma qualcosa che assomigliasse al trasferimento in scrittura della tecnica grafica del chiaroscuro. Una tecnica che, in qualche modo, arrivasse a far piena luce proprio tramite oculate assenze di tratto, attenti e palesi dosaggi di reticenze.

 

120 – Italiani

Entrare dentro una caixa bancaria (un bancomat) in quartiere Exaimple, a Barcellona, cercando di non svegliare un ragazzo che dorme lì, dentro un sacco a pelo, per terra, e che un poco si sveglia, ma solo per chiederci, con accento non ben identificabile, “siete italiani?”, e girarsi a dormire soddisfatto, rincuorato dal nostro assenso.

 

121 – Uomo nell’era del consumo globalizzato

Ti puoi trovare da un momento all’altro dentro un mucchio di rifiuti umani in un qualunque angolo di mondo, pensando ai lavoratori come a privilegiati, in serio dubbio sulla tua stessa libertà reale, sulla tua stessa follia, sulla realtà stessa della tua vita, e solo con la responsabilità, non si sà quanto disalienante, di scegliere vita, follia e libertà di non essere solo merce, e, quand’anche lo si fosse, di non essere merce scaduta, ma rinnovabile e riciclabile.

 

122 – Pensiero in trincea

È possibile che – per quanta consapevolezza e cura ci si metta – gran parte della nostra vita sia esposta, per i motivi più diversi, alle implacabili (vedi: fragili) leggi dell’Io?

 

123 – Luoghi comuni

Morti a Venezia. Sepolti a Praga.

 

124 – Distinzione

“… perché questi non sono come noi, che veniamo da Castillejos!”

 

125 – Ider Ait Mohamed

Un mazzo di fiori, per lui, all’angolo d’ingresso di quel supermarket dove per tanti anni ce ne ha venduto e regalato. Un uomo cortese e nobile di cuore. Accomodante e generoso. Gentile con mia moglie e con mia madre, che ha molto aiutato; e anche con me, che ero a volte più disponibile, a volte di fretta. Sempre, sempre sorridente. Ho un cassetto pieno delle sue magliette bianche e delle sue calze nere. Che piacere parlare di te, Ider, e non dei soliti stupidi tromboni di cui siamo obbligati tutti i giorni a parlare. E che enorme dispiacere leggere sul giornale del tuo attacco d’asma, sul 15, qualche giorno fa. Bene ha fatto il Secolo XIX a mostrare una tua foto e a dedicarti un articolo. Leggo che hai un figlio che ti fa onore. Complimenti. Sei stato proprio gentile, e forte. Scusaci se il nostro paese, la nostra città, il nostro quartiere ed io per primo troppo spesso non siamo stati all’altezza del tuo ottimo carattere. Che dire, se non che cercherò di ricordarmi del tuo esempio? Grazie.

 

126 – Vigile urbano

Ci voleva ordine e metodo. La sua vita, alla ricerca d’un autentico senso del vivere, era stata per molti versi una lunga, estenuante, ma consapevole, e quindi infondo serena, sequenza di suicidi. Ma, ora, che sentiva di averlo trovato, finalmente, quel senso del vivere, si trovava a gestire – unico vigile urbano in ora di punta – un micidiale, caotico, incivile ingorgo di rinascite.

 

127 – Santi in paradiso

L’impatto con l’Europa aveva fatto saltare le coperture e le appartenenze ad uso di copertura. Le caste non erano altro che i coperchi sotto i quali gli italiani si erano protetti in anni passati da altrui pentole e criminalità organizzate (si costruivano anche carriere, in quel modo). E il paesaggio di vermi mischiati nel formaggio che ne veniva fuori, con tutto il suo puzzo, superava qualsiasi senso comico. Al punto, che al più grande comico del paese non restava che incazzarsi come una biscia, perché non c’era proprio più niente da ridere. E loro, allora, cominciarono a votare lui. Ma solo perché non avevano più santi in paradiso.

 

128 – Maggioranze minorenni, maggiorenni in minoranza

Giganti nel ‘senso di appartenenza’, belve nella ‘contestazione da bar’ (ma solo quando tutte le parrocchie sono chiuse), i membri del popolo europeo, e soprattutto di quello italiano, sembrano essere decisamente minorenni rispetto ad un autentico sentimento di partecipazione. Disfattisti o inquadrati, mancano, per la più parte, di quel senso d’inappartenenza critica che oggi più aiuterebbe a valutare decisioni, scelte e priorità. Quando ci si pone un problema politico l’unica domanda a cui provano a rispondere sembra essere ‘con chi stare?’ Ed è sbagliato sostenere che questo sia frutto di un degrado recente. Questo è il frutto di una delega opportunistica, molto radicata, e coltivata, e della mancanza di un serio esercizio, quotidiano e individuale, a porsi domande del tipo ‘cosa farei?’

 

129 – Credenti

Rispetto a Dio il conto era del tutto diverso. Ma rispetto agli altri, beh! rispetto agli altri erano certamente superiori. Non c’erano né ‘non’, né ‘forse’, né ‘non so’ sulle loro carte d’identità. Qualsiasi cosa sostenessero (e fatta salva un po’ di ‘umiltà’ da esibizione), loro erano certi delle loro posizioni. Perché loro erano – sia ben chiaro – i ‘credenti’.

 

130 – Connesso

Depresso in famiglia, brillante su twitter.

 

131 – Russia 2014

Mette ansia all’Europa come l’impero persiano metteva ansia alla Grecia.

 

132 – All’isola chiatte Luciano Berio

Fischi d’archi, ottavini e clarinetti piccoli. Soffi slabbrati di tromboni, tube, clarinetti bassi e di contrabbassi. Brontolii di timpani e di lastre di rame.

 

133 – Enclavi di ‘demetrismo’
(in vista dell’expo 2015)

Devoti alla bestemmia, alla cupezza, disattenti al tempo comune, tendenzialmente dominanti nelle relazioni, deleganti nelle decisioni (per criticare subito dopo la decisione presa), affascinati dalle faide e dalla tragedia, ansiosi per piccolezze, possessivi, questuanti truffaldini, confusi nella logica, offesi dalla alienazione, cultori dell’essere a scapito del divenire – sono parti delle nostre personalità, che possono convivere con senso della legge, efficienza, sentimento religioso autentico, coraggio, altruismo, liberalità, sense of humour, gusto per il bello, per il buono, per la generosità.

 

134 – Qualcosa di semioticamente dinamico, che è oltre, e che è dentro un unico ‘portare ad essere’

Alla fine, ne sortirebbe l’ipotesi secondo cui esiste un lato non udibile della musica, che non ha nulla a che fare con il fantasma irraggiungibile – e forse un po’ assurdo (o forse da circostanziare meglio) – del silenzio acustico, e non è nemmeno in concorrenza con esso. È qualcosa che attiene allo stile. Qualcosa, cioè, che attiene ad un qualche rimando perpetuo, sul piano del significante, verso un significato complessivo che ha i tratti dell’impalpabilità. Tali tratti potrebbero essere paragonabili all’estremo limite del tatto, al presque rien barocco, nel senso almeno per cui si può dire che un limite rimanda – in un modo che non è sempre facilmente oggettivabile – oltre sé stesso. Questo, peraltro, direi, almeno in musica, non sembra implicare necessariamente un’alternativa secca tra logos e numero.

 

135 – eco polisemantica (titolo proposto da Mariapia)

mugola ugola gola … ola la a

 

136 – Parentesi di vita

Non ho (ancora) dato (troppo) ascolto ai miei figli (che dovessero venire, oppure opere, invenzioni, pensieri ecc.).

 

137 – Informatico con laurea umanistica

Lo incontri dopo molto tempo in una libreria del centro, una delle non molte rimaste; e, come un emigrante tornato dopo decenni al suo paese, ma solo per un giorno, ti dice, con aria vissuta: “Non entro più in libreria da non so quanto tempo”.

 

138 – Troppi ancora lo trascurano

Scripta manent. Verba ‘telematica’ etiam manent.

 

139 – Silenzio

Approssomare il silenzio, attraverso la pratica della parola; parola detta o scritta: probabilmente, una questione di stile. C’è chi tra noi arriva al silenzio conservando la parola, anzi riabilitandola e approfondendola (altri, notoriamente, fanno un gran vociare senza dire niente). Qualcosa di riconducibile all’immaginazione di un insieme vuoto, di contro a quella di un insieme contraddittorio. Direi. O no. E la musica? Ancora la stessa domanda. Cosa ne risulta, per quanto concerne la musica?

 

140 – Dietro gli occhi

Per un attimo chiusi gli occhi: immagini di travi roventi dal incendio di Roma del 64 a. C.

 

141 – Atto secondo

La parabola del figliol prodigo ha un seguito molto comune. Arriva un momento, infatti, in cui il mondo si riempie di fratelli senza esperienza né coscienza, ma carichi di un’antica rivendicazione.

 

142 – Allegoria e ricezione

Teorizzava l’allegoria, ma confondeva congiunzioni e preposizioni. Finché rideva con lui e di lui – con lui e con altri -, era tutto un gran ridere. Poi cominciò a ridere solo di lui, con lui e con altri, … bhé! infondo, un buon test per superare un po’ di narcisismo. Infine, prese a ridere di lui solo con altri, che – guarda caso – eran sempre gli stessi. Fu così che lui, l’escluso, da un lato si trovò solo a ridere, ma la cosa non lo divertiva poi tanto, perché forse era la fine di un’amicizia. Dall’altro lato, la stessa risata era diventata parziale, rigida, esclusiva, narcisistica, sterilmente teorica, poiché, non essendoci più l”altro’ era la fine, forse, di un’allegoria.

 

143 – Eterno, istruzioni per l’uso

Alleato al cuore, realmente, fa miracoli. Ma ci vuole un’umiltà quasi introvabile. Alleato all’Ego scatena il cortocircuito dell’onnipotenza, alla base del pensare mafioso, della paranoia, della gelosia e della infinita vendetta. E il tempo insieme sparisce, distrutto dalle più varie e pretestuose rivendicazioni. Il tempo insieme, nostro piccolo carissimo giardino.

 

144 – Dio facoltativo

La spocchia involontaria dei credenti, quando c’è, non giustifica in nessun modo quel certo qual rancore sottile e inconscio degli atei. E l’adeguamento a una credenza esclusivamente in ragione della propria tradizione personale, ammesso che se ne abbia una sola (quando se ne hanno di più il problema è paradossalmente più complesso e meno acuto), non si concilia facilmente con l’assoluto. Superato il problema della presunta ‘razionalità’ della metafisica, si pone il problema degli effetti immaginari della sua presenza a lungo termine su di noi e all’interno delle nostre relazioni, sui nostri sentimenti, sugli strascichi che rimangono anche quando pretenderemmo di esserci emancipati dal problema di credere o di non credere una volta per tutte; e questo avverrebbe anche qualora dovessimo trovarci a immaginare un mondo futuro che, per qualche motivo, non abbia più quasi nemmeno la memoria di Dio o della sua inesistenza.

 

145 – Aldo Clementi

Il paragone tra le poetiche musicali del compositore italiano Aldo Clementi e quelle del compositore americano Morton Feldman non è improprio, se lo si intende come un paragone che non riduce di un millimetro le più chiare differenze. Molto deve, tale paragone, alla contiguità di entrambi all’arte pittorica informale a loro contemporanea, quella di De Kooning, Rothko, Kline (ma anche Mondrian), da un lato, e quelle di Burri, Perilli, Crippa, Afro, Dorazio (ma anche Fontana), dall’altro. Ed entrambi condividono uno stesso ‘problema timbrico’: il suono dei loro ‘intrecci colorati’ (Clementi) o ‘campi di colore’ (Feldman), e quindi delle loro diverse ricerche d’orchestrazione, se trascurato (come spesso accade), rischia di tendere al grigio, come invece non accade affatto ai pittori a cui si riferiscono. Non credo però che si tratti di un errore compositivo, quanto di una responsabilità ulteriore dell’interprete, quella cioè di sentire più intimamente il contesto spazio-timbrico in cui sono immersi i suoni del proprio singolo strumento rispetto quello degli altri strumenti; e questo è tanto più evidente nei molti brani cameristici, perché negli insiemi orchestrali monotimbrici o nei brani per strumento solo l’evidenza dei blocchi o del timbro solista crea risonanze più pure, sia negli inserimenti di suono, sia negli stacchi, spesso efficacemente improvvisi. E, seppure un certo effetto ipnotico in Clementi o certi spazi di estemporaneità in Feldman sembrino dire il contrario, questa musica non è sempre facilmente compatibile con i grandi spazi d’ascolto e con l’ascolto in concerto, mentre, a mio avviso, non può che essere esaltata nelle sue sottigliezze dall’ascolto in cuffia e da un raffinato uso della sala di registrazione.


146. – Nicolò Castiglioni

Infondo, si potrebbe dire che Niccolò Castiglioni abbia risolto ogni problema di orchestrazione muovendosi tra puntillismo, ripetizione e radicale divisione delle sezioni orchestrali. In questo modo la scrittura si semplifica, diventando però anche quasi infallibile.


147. – Dalla cattedrale al mare

Michela Landi, in Il mare e la cattedrale (Edizioni ETS, Pisa 2001) coglie i presupposti della dimensione temporale nella musica di Debussy, studiando gli influssi letterari, romantici, impressionisti e simbolisti (Baudelaire, Verlaine, Mallarmé), la loro differenziazione da Wagner e le conseguenti convergenze con tratti importanti delle poetiche della pittura impressionista (come vedrà, tra polemica e analisi d’approfondimento, Adorno): “La virtualità dell’armonia pura è data … come silenzio (come centralità negata) i cui echi timbrici, propagazioni ‘luminose’ di un nesso semantico oscuro, si proiettano sui nuclei accordali contigui; di qui la ‘frammentarietà’ e l’effetto ‘impressionistico’ della musica di Debussy che, mettendo in atto sistematicamente “l’atomisation de la forme sonore” [Brelet, Le temps musical, PUF Paris, 1949, p.605], riproduce proprio quel “volatil dépouillement” dell’Idea auspicato da Mallarmé. I frammenti sonori volatili formano ora una sorta di nebulosa in perpetuo disfacimento e ricostruzione che aleggia sui resti della ‘cattedrale’: in tale ottica Debussy è contemporaneamente ‘simbolista’ (in senso mallarméano) e ‘impressionista’ (in senso verlainiano)”. Questo passo, della Landi, esprime tutte le componenti letterarie, pittoriche e musicali di un passaggio ‘dalla cattedrale al mare’, ovvero di una trasformazione antropologica tutto sommato semplice – ma difficile culturalmente e storicamente – compiuta in quegli anni, e poi più tardi, dalla stessa scienza logica; una trasformazione che implica il passaggio da una dominanza della logica matematica duale (polarizzata, troppo univocamente, entro i termini di ‘vero’ e di ‘falso’) a una logica fuzzy, probabilistica e statistica, più vicina alla realtà (polarizzata democraticamente entro i termini-soglia di ‘probabile’ e ‘improbabile’). La forza di questa svolta, che ha i tratti di una calibratissima semplificazione anti-idealista, concerne ad un tempo il mondo simbolico e il mondo percettivo, ed ha avuto bisogno di una ridiscussione complessiva del linguaggi delle arti e di una messa a fuoco intellettuale non facile che, in musica, parte magistralmente con Debussy, ma arriva a coinvolgere tutto il Novecento, sino ai giorni nostri, e che ha visto eccessi e difficoltà di messa a fuoco in più direzioni. Questa ridiscussione coinvolge sì il gioco di influenze con cui la trasmissione musicale si compie, ma non può esimersi dal implicarne anche il gioco eccedente di ‘corrispondenze’ (ed attriti) tra arti diverse. E parimenti entra nel merito del senso e della significazione, ma anche in termini di loro difficoltà di focalizzazione, di ambiguità e di indefinitezza costitutiva; difficoltà, che per la musica, in particolare, è addirittura ciò che, si direbbe, più la specifica rispetto alle altre arti.

 

148 – Nevrosi e psicosi

[intervento del 2010 su una pagina facebook di Conversazioni di filosofia, a commento di un video relativo a una lezione di Galimberti del 2007]

Una riunione tra psicotici, alla presenza di psichiatri di reparto. Un isterico con tendenze maniaco-depressive dichiara di aver passato una giornata terribile in preda a un grande desiderio di morire. Voleva morire, voleva morire. Aveva passato l’intero giorno di pioggia presso gli scogli, l’ombrello aperto, con l’intento di buttarsi in mare. Uno psicotico avanzato, molto più grave di lui, lo guarda con sguardo scettico, e gli chiede, feroce: “ma se volevi così tanto morire, a cosa ti serviva l’ombrello?” Così mi spiegava, il mio secondo psicanalista, la differenza tra psicotici e nevrotici. Non so se è un racconto ricorrente, ma è comunque abbastanza vicino a certo umorismo psichiatrico, per nulla estraneo a taluni matti. Oltre alla forza differenziante del dolore c’è nello psicotico una forza maggiore nel dire la verità della sofferenza mentale. Lui, sì che la conosce. E non deve sfuggire la forza logica nell’osservazione dello psicotico. L’indifferenziato di cui parla Galimberti, seppure sia come lui dice al di là del principio di contraddizione (ma credo sia soprattutto al di là del principio di individuazione) è molto vicino a quel regno di Persefone presso cui Parmenide va a cogliere il fondo divino della non contraddizione dell’essere, il suo luogo nell’Ade e oltre l’Ade che non si avverte alla luce del sole, nella vita sulla terra, la quale è vita già ‘individuata’ e quindi legata inestricabilmente al tempo. È vero, la psicologia poco può fare riguardo alla psicosi. Può vedere solo ‘narcisismo’ là dove impera il regno dell’indifferenziato, e a volte non è nemmeno sempre in grado di giudicare se quel ‘narcisismo’ è al servizio della vita o della morte, e se è in genere dall’una o dall’altra parte (visto che non c’è accordo tra psicologi su questa cosa). La psicologia giudica il mondo come fosse un regno dantesco, in cui i sensi di colpa inconsci si distribuiscono nei tre mondi inferno, purgatorio e paradiso rispetto alla legge del padre. La filosofia si permette di interrogare le leggi stesse, pur rispettandole (come accadde a Socrate), come se il mondo fosse più simile a quello greco, con il regno dei mortali e il regno dell’Ade, in cui ‘colpa’ e ‘mito’ si compenetrano in un intreccio plurale di hubris e metamorfosi, per via della pluralità degli dei. E questo mondo è per molte cose più psicologicamente complicato e simbolicamente fertile del primo. Come racconta il mito di Persefone e Proserpina, una volta che Demetra riesce a patteggiare la figlia con Ade, quello che riesce a ottenere è la di lei risalita ogni sei mesi sulla terra, dando luogo all’alternanza delle stagioni. In questo senso, la discesa agli inferi della follia può essere molto ‘nutriente’ per la creatività, per questo gli artisti ne hanno bisogno. E per questo la filosofia e l’arte spesso si alleano, perché è lavoro durissimo tirarsi fuori dall’Ade, perché l’Ade è assenza di tempo, ma anche origine del tempo delle stagioni. Se si riesce a intercettare l’elemento creativo della discesa, è possibile essere simbolicamente fertili. Se ci si inciampa nella risalita allora la follia può avere il sopravvento e solo un pensiero fortemente strutturato può farcela a recuperare la risalita. E la risalita non è tutto. La discesa può procurare profonde ferite alla determinazione dell’artista. E quindi solo una forte capacità di riflessione e anche però un artigianato potente può rendere possibile all’artista l’espressione. Caravaggio non è solo follia, è anche tecnica implacabile, senso della regola e della sua trasgressione. L’artista è forte depositario della norma nel momento in cui tiene fede all’artigianato, alla lezione di bottega, è forte distruttore della norma quando spezza i confini del mondo differenziato e scende nel regno dei morti, ed è forte problematizzatore sia della norma, sia della sua trasgressione quando come il tafano Socrate problematizza tutto, alleandosi alla filosofia, cercando cioè, come dice Baudelaire, di alleare artista e critico, cercando di riaprire così l’uomo alla meraviglia, al thaumazein, cioè alla meraviglia sia del bello sia del tragico. Il mio analista mi raccontava che ha dovuto smettere di affrontare la psicosi perché, lui diceva, ha cominciato a temere che il rapporto con la follia lo rendesse folle. Quel che gli è rimasto, da quella esperienza, è, a mio avviso, una notevole forza di accoglimento, credo anche rispetto alla media degli psicologi. In questo senso, è capace di arrivare alle radici stesse dell’avviamento. Il problema era però, almeno per me, la strutturazione forte dell’avviamento. In qualche modo ci sono due cose importanti nell’analisi: una grande forza di accoglimento per poter vincere resistenze e allargare le prospettive e una grande forza di avviamento per poter strutturare nuovi percorsi di vita più profondamente radicati e vitali. Questa seconda sezione, l’avviamento, appunto, per quel che vale la mia esperienza, è possibile, per l’uomo moderno, quasi solo recuperando dimensioni in qualche modo artigianali, che si possano assemblare, e su cui si possa costruire qualcosa di sottratto all’alienazione dei lavori più diffusi. All’interno della filosofia stessa non mancano dimensioni applicate assimilabili a quelle dimensioni che io chiamo qui, in senso lato, artigianali. Un artista, in particolare, può a quel punto, però, tornare già alla sua bottega, al suo artigianato, con la possibilità di trovare attingimento dalla sua follia, e contare sulla filosofia per avere strumenti per uscire, periodicamente, dalla follia. La stessa filosofia ha sue zone infere, e lì può trovare il suo nutrimento. Oppure può dialogare con l’arte. O fare entrambe le cose. E poi, naturalmente, ha le sue dimensioni per fortuna più ‘sterili’, perché, se fosse eternamente incinta, non avrebbe alternanza di stagioni; dimensioni, in cui poter ordinare i propri strumenti, rafforzarli al massimo per il prossimo incontro con la follia, non sottovalutando la durezza dell’incontro con il terribile, il meraviglioso, tutto ciò che è oltre la soglia comune dell’umano. Così mi sono in qualche modo ricostruito il quadro di come vadano le cose in queste lande.

Salutoni da francesco

 

149 – Pensierino della sera

Utile come strumento per prendere coscienza di cose spesso sfuggenti, quel che passa convenzionalmente sotto l’egida della parola ‘io’, di fatto, non è decisivo. Se va bene, è orientativo rispetto a uno spettro caleidoscopico di contesti le cui relazioni con la verità sono, per l’appunto, assolutamente contestuali. In altre parole, io, rispetto alle mie parole, a me stesso, al raccordo anulare che sembra riguardarlo ma che ha scarso potere sulla realtà, bene io, rispetto a quell’io, sono quantomeno occasionale, e certamente facoltativo. Ecco, l’ho detto, e si sappia, io sono – a tutti gli effetti – facoltativo.

 

150 – Certezze

Era talmente convinto di essere stato derubato, che cominciò a rubare. Era talmente sicuro di essere stato tradito, che cominciò a tradire. Era così certo di esser stato ucciso, che prese a uccidere. E, infondo, non aveva torto. Avevano rubato, tradito e ucciso le sue certezze, senza le quali – e lì era la sua limitatezza di orizzonti – non gli rimaneva effettivamente proprio niente.

 

151 – Cambiato

Effettivamente è vana pretesa quella per cui si spera di veder superati taluni pregiudizi. Incontri persone che ti mostreranno l’immagine mentale che di te hanno coltivato negli anni, dicendoti semplicemente che sei cambiato. E quel cambiamento li conferma almeno nel giudizio di ieri. Quello di oggi è che sei cambiato. Così il pregiudizio di ieri è salvo. E così pure l’errore commesso a suo tempo. Ecco un nuovo fronte – più sottile, ma forse anche più intrigante – su cui operare.

 

152 – Trasversale

Aveva preso a comunicare con linguaggio trasversale per pura esasperazione verso il linguaggio trasversale. Per anni aveva subito messaggi indiretti da persone le più diverse. E per un tempo anche troppo lungo la cosa aveva avuto il suo effetto su di lui, mai buono. Poi il meccanismo si era fatto ridicolo, perché anche i più stupidi caporali erano entrati nel merito e nel metodo, e il suo sense of humour aveva preso il sopravvento. Si provò a usare anche lui gli stessi strumenti e i risultati non si fecero attendere. Alcuni vecchi amici poterono rientrare nei ranghi quasi subito. Altri lo fecero in modo più lento. C’erano poi quelli, i piú paranoici, che temevano di perdere posizioni acquisite (secondo loro), e che, per questa ragione, facevano lunghissimi percorsi di riavvicinamento. E poi c’erano i veri caporali, che rivestivano piccoli ruoli nelle amministrazioni locali o negli uffici sindacali, che si facevano immancabilmente vivi con lui per dirgli, in linguaggio indiretto, che quel suo qualche messaggio indiretto aveva sortito un effetto diretto, a loro sgradito. Infondo, gli era stato insegnato così, e non si erano nemmeno accorti che quel sistema di gestione indiretta del potere – grande o piccolissimo – era profondamente illiberale e mafioso, e che la vita ne era profondamente degradata. Ai vertici intanto si erano già avveduti che il mondo era cambiato. Esperienze enormi nei mezzi e vuote nel contenuto, come WikiLeaks, avevano mostrato in fondo l’inutilità estrema del linguaggio trasversale. A qualcuno però piaceva attardarsi in quel mondo da spie di provincia, forse perché annoiati dalla loro povera vita. Altri, infine, gli mostravano un volto dispiaciuto, che tutto rendeva superabile. I fronti veramente difficili della comunicazione, intanto, si erano ormai completamente spostati.

 

153 – Commedia all’italiana (revisited)

L’avvento travolgente della banda larga distrusse le dighe dei poteri forti.

 

154 – Commedia all’italiana 2

Nessuno più si dichiara massone? C’è certo di mezzo la massoneria.

 

155 – Non poi così scontato

Difficile trovare cose più scontate e noiose del politicamente corretto. Tra queste poche, il politicamente scorretto.

 

156 – Immaginazione

Proprio non riusciva a immaginare perché mai, perseguendo sottilmente l’altrui falso Sé, si prosciugasse anche ogni fonte di luce creativa della sua piú propria autentica immaginazione.

 

157 – Tagliagole

È un rapper londinese uno dei terroristi mediatici che uccidono ostaggi per conto del IS. Non è infondo una novità che le culture islamiche si mostrino facilmente permeabili a scippi di potere come quello dittatoriale comeinista o a amplificazioni mediatiche come queste terroristiche (avendo le dittature novecentesche e le amplificazioni mediatiche attuali poco del contesto religioso antico). E tutto questo non riguarda solo l’Islam, che rischia di diventare lo specchio deformante e proiettivo di un fenomeno globale. Di fatto, sembra che si viva in mezzo a un mondo in cui al potenziamento dei mezzi di comunicazione corrisponda un depotenziamento degli strumenti di mediazione, qualcosa di simile ad un eccesso di traduzione letterale che distrugge il traslato e il contestuale creando equivoci e producendo acting out che sviliscono ogni lettura simbolica e allegorica dei testi sacri, approdando a qualcosa di infondo molto lontano dal testo sacro come istituto culturale. In questo senso non credo si possa parlare di guerra tra civiltà, ma si dovrebbe parlare di guerra per il potere nella comunicazione, contro cui può far qualcosa una più consapevole disciplina della mediazione libertaria e liberale, capace di specificare, non solo nella lettura, ma anche nelle società, contesti, valori simbolici e vettori allegorici; cose, di fatto, piuttosto lontane dalla produzione culturale più ampia, ma vicine a molti aspetti della vita materiale concreta. Tagliare la gola, togliere il respiro è ciò che sa fare – di fatto – ogni comunicazione che si ponga in termini rigidamente verticali, letteralmente e unicamente dall’alto, a cui non corrisponde un ascolto e un racconto. Impone, il tagliagole, il silenzio all’altro, per far ascoltare, solo lui, un unico globale imperativo. E questo imperativo chiama Dio a far da esattore alla propria pretesa – ben poco divina – di potere materiale.

 

158 – 36.500 giorni di lavoro

Mio bisnonno portava il nome stesso di mio padre. Il cognome, di origine toscana, non molto frequente a Genova, mostra legami col lavoro portuale piuttosto forti, ma non lineari. Mi giunge notizia di gente che ha fatto la resistenza e di gente che è impazzita perché, in quanto stivatori nelle navi, è stata forzata a lavorare dai mitra nazisti ed è stata poi minacciata, per gli stessi motivi, dai fucili dei partigiani. Altri ancora sono usciti dal porto per affrontare carriere in compagnie di assicurazione o per attività di commercio le più varie, con sorti le più diverse. Mio padre, avendo riscosso una minuscola ditta di coibentazione navi da un suo zio (non più di dieci operai) non ha potuto evitare, come i suoi operai, il contatto diretto con lana di roccia e amianto, e – come non pochi suoi operai – è morto giovane di cancro. La storiografia in questi ambiti deve fare ancora molte indagini presso il Palazzo di Giustizia genovese, e non solo. E ricerche più ampie potrebbero portare sin dentro le sedi principali delle Nazioni Unite. Certamente non giovano riduzioni di parte e visioni rigide per capire come siano andate veramente le cose. Non serve nemmeno un ragionare rancoroso. Forse può essere più utile cercare la prospettiva più ampia possibile. Anche a costo di uscire fuori dai solfeggi ritmici della normale organizzazione del lavoro e dei loro traslati culturali e storiografici. Le cose per altro non saranno andate molto diversamente a Genova come a Rotterdam o a Barcellona. È una questione come al solito di punti di vista. Presso la cittadina di Asbestos in Canada nessuno avvallerà la tesi per cui dalle loro miniere giunge danno a uno stivatore di Istanbul. Eppure la complessità è ancora più complessa di quanto possano convenire i teorici ufficiali della complessità. E chi scoraggia pause di riflessione, deragliamenti dal coro o inappartenenze critiche sembra mostrare – almeno in prima istanza – meno cura dell’altro che cura del nascosto.

 

159 – La svolta

Ci vollero millenni prima che avvenisse. Ma, alla fine, con indicibile sorpresa (ma in fondo in maniera anche del tutto naturale), la svolta arrivò. Quando finalmente si decisero, e smisero completamente e definitivamente di ucciderli, di cacciarli, di macellarli, e cominciarono piuttosto a impegnare le loro scienze in direzione di quella convivenza complementare che molti di loro avevano in fondo sempre presentito come possibile, gli animali – o almeno la maggior parte dei mammiferi e alcuni uccelli – si risolsero senza sforzo a imparare alcune delle loro lingue e a parlare quindi finalmente con loro.

 

160 – Vecchie glorie

Dopo venti o trent’anni andavano a cercare, tra coloro che avevano avversato, qualcuno che ancora ‘ci stesse’, che volesse ancora prestarsi alla battaglia, per il puro gusto ancora di scontrarsi, per ritrovare il piacere saporoso che dava avere un qualunque ‘nemico’, purché sicuro – naturalmente – come quelli di allora. Bastava uno, anche vecchio e trasformato, con il quale poi in privato mostrare una cordialitá perfino affabile e confidenziale, fosse anche una mera controfigura, tutto andava bene, purché qualcosa ancora resistesse. E restaurasse cosí, almeno alla gloria dei loro occhi, quella che pensavano fosse la loro più indiscutibile, statuaria e sempiterna ‘ragione storica’.

 

161 – Simbolo e allegoria

L’espressione del simbolico è forse davvero sempre impura, parzialmente sfuggente in forme tendenzialmente e inconsapevolmente – e quindi ingenuamente e loro malgrado – allegoriche, in vario modo ideologiche. Ma qualcosa di corrispondente e inverso si potrebbe dire dell’intenzione e della pratica allegorica. Anch’essa non può essere epurata da una componente simbolica. E chissà che non accada che quanto più si radicalizzi il proposito di farsi produttori disincantati di allegorie, tanto più si esasperi in un ambito compresso e potenzialmente esplosivo la sfera simbolica. Se cosí fosse, ingenuo non sarebbe solo il coinvolgimento mero, ma anche il disincanto piú intransigente e irrigidito, figlio di una maturitá piú esibita che reale, e quindi alla fine parimenti narcisistica, immatura.

 

162 – La soglia

Amministrazione in difficoltà sui fronti più diversi; vie di trasporto peggiorate; urbanistica degradata; regioni nel fango e in mano al malaffare: non riesco a capire chi mi ha alzato la soglia di percezione del benessere.

 

163 – Composizione

Ecco una parola davvero amabile: ‘composizione’. Senza la minima enfasi è capace di farsi vicinissima al fare e parimenti al pensare. Dialoga con tutte le arti dello spazio e del tempo, con le lingue e le scienze. Parla al diritto e alla politica, compresa la geopolitica, con un giusto mix di noncuranza e coinvolgimento. Può riguardare a pieno titolo il montaggio e la sequenza, investendo l’intersoggettivitá e le relazioni tra oggetti e fatti, preposizioni e percezioni. Semplifica le complessitá e media gli elementi. Ha un suo dire etico, senza rigidità, e un suo modo di intendere la sfera cognitiva, conscia e inconscia, sin nel ambito del neuronale. Parla al mondo del lavoro e del gioco, alle esigenze della logica e della follia. Insomma, è una parola con una sua non invadente tradizione, che sarebbe bello affidare al futuro e sarebbe utile affidargli un futuro.

 

164 – Paradossi nella considerazione della ricezione
(doppi vincoli distruttivi)

- “Mi aiuteresti a trovare finanziamenti per un’opera in cui dimostro che non sei obbiettivamente degno di collaborare con me?”

- “Per me la ricezione è fondamentale, ma voi non potreste capirmi.”

- “Vorrei costituire un tipo di insieme in cui fossi finalmente da solo.”

(per la teoria degli insiemi non è paradossale, ma per la pragmatica comunicativa è un problema).

- “Ho bisogno di fondi a sufficienza per attaccare chi paga il biglietto.”

- “Non penserai per caso di rivendicare il tempo e lo sforzo che gentilmente intendevo rubarti?”

- “Senti, scusa, ti va di fare un gioco in cui io risulto bravo e capace e tu invece un salame senza storia?”

- “Pronto, ciao! Volevo fare una festa. Che te ne pare di fare l’escluso?”

- “Signore e signori, buonasera. Sono felice di presentarvi il mio disprezzo per la vostra presenza oggi qui. Lo faccio per educarvi, ma voi non potrete né capire, né imparare. Spero che lo spettacolo sia di vostro gradimento.”

- “Modestamente tra i democratici sono per mia natura il migliore”.

 

165 – Il mondo come cervello

Una nuova metafora primaria sembra stia emergendo dalle cose del mondo. Le relazioni geopolitiche globali potrebbero assomigliare per molti aspetti alle relazioni che intercorrono tra diverse parti del cervello. In questo senso, la lettura funzionalista delle diverse aree cerebrali dovrebbe cedere almeno in parte il passo a una lettura più generalmente estetica e stilistica. O forse si dovrebbe pensare a qualcosa di simile a una convergenza pressoché totale tra l‘idea di Dio e quella di mondo, unicamente orientata a qualcosa come una particolare ‘ecologia della mente’ che porti i valori estetici a prevalere su ogni concentrazione di potere unilaterale e ossessiva. Come il bimbo cosmico del finale di 2001: A Space Odyssey di Stanley Kubrick, il mondo apparirebbe parimenti come vivamente autorelazionato e curioso. E l’idea di tessuto neuronale porterebbe finanche a produrre nuove immagini di senso individuale, di esperienza specifica, di orientamento di ricerca e di equilibrio dinamico tra giustizia e libertá.

 

166 – Mondiale

Se la democratizzazione è stato l’obbiettivo alla base della guerra dei trent’anni europea che va dal 1914 al 1945, come sostiene lo storico Arno Mayer, bisogna pensare ad un’altra crisi mondiale con analoghi obbiettivi rispetto ai paesi di religione araba?

 

167 – Amica satira

La mancanza di riso abbonda sulla bocca degli idioti.

 

168 – Ció che ci influenza

È più che legittimo e, anzi, è saggio riconoscere le fonti che ci hanno influenzato, le passioni che ci hanno portato a essere quello che siamo, sia nel coinvolgimento, sia nella resistenza che talvolta a loro si offre come ambivalente ma non meno appassionato omaggio. Risolvere queste ambivalenze è addirittura talvolta fonte di ispirazione critica e creativa. Ma, nel movimento che produce questo itinerario di risoluzione, prima o poi vengono al pettine le ambivalenze stesse di chi o ciò che ci ha influenzato, ed è in quel momento forse che inizia la nostra vera maggiore età, non come età del controllo totale, ma come età del viaggio nell’indeterminatezza reale, quella che fa del nostro procedere qualcosa di profondamente diverso da un muoversi per premesse e conclusioni logico-deduttive, e che rende ineluttabile un quid empirico nelle nostre scelte, per quante mediazioni ed esperienze si siano fatte. Irrigidirsi di fronte a questo quid è esattamente ciò che costituisce l’immaturità nascosta nelle prepotenze di Re Lear, e ancor più nei suoi irrigiditi seguaci, il lato puer che si nasconde in ogni senex irrigidito. Parlarne apertamente è probabilmente più evolutivo che procrastinare asti e pretese di resa; sempre ammesso che si abbia a cuore davvero quella maggiore età che si diceva o non la si riduca invece a una logica clientelare (figlia degenere d’ogni appartenenza acritica).

 

169 – Chimica

Le parole – scritte o dette – sono ‘chimica’. Anche i silenzi o gli sguardi lo sono. I suoni, i colori, le forme informano emozionalmente il corpo, sia quello individuale, sia quello collettivo. Naturalmente i corpi pure hanno i loro anticorpi. Ed esistono infinite possibilitá di equivoco, per cui con le migliori intenzioni vorremmo ottenere un effetto e invece ne otteniamo un’altro. Anche per questo ci formiamo alla verifica altrui, anche quando facciamo mostra di apparenti autonomie. Il corpo, la sua salute, la sua spontanea vitalitá, è il prodotto anche di tutto questo. E, così come si parla di microstoria, variamente raccordabile a più o meno grandi narrazioni, così si può parlare di una microsociologia delle parole, che passa per i corpi, quand’anche comunicanti telematicamente, o per lettera. Responsabilitá, in questo senso, è consapevolezza di tutto questo. Che è molto di più e molto meglio che il mettersi in posa davanti allo ‘specchio’ della ‘natura’ umana o del mondo ‘storico’ e curarsi del risultato rispetto a un punto di vista preparato ideologicamente. Ciò che rende tutto cosî complesso è che anche coraggio e codardia cambiano segno molto facilmente in questo ambito. E anche una eccessiva vigilità della coscienza ha i suoi effetti e le sue controindicazioni.

 

 

 

 

 

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Schegge su Adorno

 

 

 

Precluso al jazz,1 perderà del pop2 ogni understatement. Alcune sue idee, non le più rigide,3 risalivano a prima del 1914.4 Thomas Mann stesso, per scrivere Doctor Faustus, lo reclutò quale voce dal passato?5

 

 

Pensava il brano musicale come organismo ontologicamente ferito,6 specchio d’una vita offesa.7 Era quindi impossibile l’incontro con Stravinsky.8 Ha espresso però, per lui, alcune tra le sue migliori autocritiche.

 

 

Se ebbe ragione delle critiche di Lukács a Kafka,9 la stima per Hume non bastò certo a conciliargli Popper.10

Kant e Hegel restarono i suoi riferimenti.11 E se la metacritica a Husserl12 fu almeno in parte tecnica,

le critiche a Heidegger furono tutte ideologiche.13 L’esistenzialismo stesso, per lui, si compiva in Kafka.14

 

Schoenberg? Ancora inattuate (che io sappia) e quindi vive, le profonde pagine su Die glücklische Hand. 15

 

 

Se per Webern si può individuare una ricezione europea (Darmstadt) e una newyorkese (Cage, Feldman),16 anche la critica alle opere più terse (dall‘op. 22 all op. 29) si rivela un estremo derivato del suo hegelismo.17

 

 

Colse l’entropia berghiana nel dolore del minimo passaggio:18 non era uomo anaffettivo o teoretico.

 

 

Svincolato dal marxismo brechtiano,19 apprezzò Eisler20 (ma preferì l’Ovest).21

 

 

In epoca ideologica, ripensare l’ascolto oltre ogni irretimento del pensiero (non così lontano da Heidegger).

 

 

Centrata l’ineluttabile forza critica, sembra aver perso di Beckett il sorriso nascosto, il viaggio d’anima?

 

Il Sessantotto gli rinfacciò un suo eros ferito? Entrambi si scoprirono, amaramente, autoritari.

 

 

Alain Badiou. Lo restituisce oggi in vita, criticandone le critiche a Wagner.

 

 

La scommessa più nobile? Ancora forse l’interrogativo sulla possibilità dell’arte dopo Auschwitz.

Là almeno dove tale domanda sappia davvero accogliere il senso d’ogni tipo di risposta?

 

 

Satie, dolce tenue ombra sottile. Lo osservò, fuor di teoria, con l’autentica levità d’un cinico antico.

1Cerca saggio sul jazz …

2Introduzione alla sociologia della musica …

3Parti da Dufourt, … Musica, potere, scrittura …

4Walzer … e Mittler …

5Lettere tra Adorno e Mann …

6Vedi il saggio di Mathieu sull’opera musicale come organismo

7Vedi Minima Moralia …

8Filosofia della musica moderna / Stravinskij. Un’immagine dialettica.

9Studi di Lukács su Kafka /

10Minima Moralia / Colloquio con Popper ….

11Badiou

12

13

14

15

16

17

18

19

20

21

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