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CARTOLINA DAL MARE di Francesco Denini (1986)

luglio 7th, 2014 by Francesco Denini

Questo appunto è stato pubblicato in una prima più stringata versione su Piano Time n°42, Anno IV, Settembre 1986, nella rubrica Lettera da Genazzano, curata da Sylvano Bussotti, ed è stato rivisitato nel arco del 2013. Per la comprensione di questo appunto posso dire che non c’è brano musicale, tra quelli citati, che non sia facilmente reperibile, finanche in ottime interpretazioni, su youtube. Non diversamente si potrebbe dire circa la presenza sulla rete dei riferimenti visuali, letterari e di pensiero a cui faccio riferimento. Intendo comunque dotarlo di un po’ più circostanziati riferimenti, riportando infondo all’articolo una scelta di link suscettibile nel tempo di cambiamenti ulteriori. Progetto, in sostanza, di organizzare, attorno a questo scritto, alcune ore d’ascolto, un percorso visuale tra i molti possibili e qualche lettura diretta, sperando che ciò possa suscitare curiosità e qualche interesse. Ho scattato le foto nel 2013 durante un viaggio in treno da Venezia a Genova.

 

 

 

Votre âme est un paysage choisi

Que vont charmant masques et bergamasques

Jouant du luth et dansant et quasi

Tristes sous leurs déguisements fantasques.

 

Paul Verlaine

 

 

 

 

Un agglomerato azzurro di piccole case, chiese, campeggi ed arruffati capannoni, quasi strozzato da una catasta di monti invadenti come un’orda di nuovi inquilini. Una campagna super-efficiente, iper-produttiva, decisamente troppo ben pettinata, come quei bravi bambini, insopportabili, di certi sbiaditi film anni Quaranta. Una distesa bianco-sporca di un entroterra invernale, infernale e nebbioso, che muove nel dormiveglia le luci bianchissime di un moderno viaggio in treno. Oppure gli indicibili colori in delirio, sfuggiti alla catalogazione, al tradire lagunare di un assoluto giorno di luglio. Un variare troppo rapido, notturno, di lumi civili da una città vista dall’alto, in un attimo, per quel raccordo di autostrada che proclama, con enfasi eccessiva, un ritorno tanto atteso. O, ancora, certi colori già quasi autunnali, i migliori, di un morbido danzar di colline ai fianchi sfreccianti del rettilineo automobilista in ritardo e in riserva. O anche un ideale, ideologico, travolgente, ritmo lucente di palme, agavi, rododendri e trapananti pappagalli padroni in una passeggiata già quasi tropicale di un agosto da cartolina illustrata. O, per finire, proprio una vecchia cartolina dal mare che, in fretta, vuol raccontarci storie di chiese, coste, vette ed ombrelloni, rispuntata radiosa da un cassetto in disuso come un ricordo involontario (ma allora così importante).



 

Sono immagini a stralci, queste, prese a caso da quella brezza mentale che spesso fuoriesce dai sogni, da certi pensieri laterali che sorgono quando riposiamo gli occhi un istante, dai normali ricordi quotidiani, e che spesso ancora intrica certo appartato gesticolare letterario. In tutto ciò che vorremmo fosse la nostra esperienza estetica, questi sono, nella loro quasi impossibile determinazione, fasci eccedenti di informazione, che si accatastano per le polverose cambuse dei letterati, quali oggetti, si dice, efficaci per ogni effetto di un qualunque ‘uscir fuori’. L’eco della natura, con tutto ciò che di umano appare fuso ad essa, come in queste immagini presa nei reticolati del sogno e della memoria, e che infine costituisce il nocciolo di ogni vero effetto straniante della parola, attraverso secoli di tele e dipinti, di romanzi e pagine di diario, e lungo l’infinito viaggio sur la mer delle esperienze del mondo e della follia, ritorna nei cataloghi dell’estetica sotto la fredda sigla concettuale di ‘bello naturale’. Puro prodotto di artificio, spesso costituito da consumatissimo mestiere, l’oggetto d’arte non totalizzerà mai il campo della nostra esperienza estetica, che anzi probabilmente nemmeno ci sarebbe se non fosse per quell’area di suggestioni che si muove a noi dal diretto sguardo oltre la finestra.


 

E non è bastato un per altro caparbio pregiudizio idealistico secondo cui il bello naturale non esiste, durato quasi due secoli ma sconosciuto ancora a Kant (il quale fonda le più acute determinazioni della Kritik der Urteilkaft a partire proprio dalla Naturschönheit), a far sì che, dell’esperienza estetica della natura, non rimanesse alcunché. Ciò che invece s’impone al nostro atteggiamento nei confronti della natura è fondamentalmente una forte insicurezza che ci induce ora al ritegno, ora alla sospetta enfatizzazione. Vittime forse di una spiritualità incapace di trovare la migliore distanza tra soggetto e oggetto (per proseguire in tale ambito di pensiero), ci sentiamo impacciati o insinceri nel parlare di un semplice albero, e ritorniamo ai noti affari umani, ripromettendoci, nel migliore dei casi, di riservare ad un tardivo romanzo ipotetico ogni abbandono fuori catalogo. Ma l’insicurezza, così percepita, ci parla di un varco semiaperto tra esperienza e follia che conviene comunque oltrepassare, se vogliamo che non si screpoli ogni manifestazione di noi. Ed è possibile che questo varco imponga strategie sottili, in equilibrio tra percezioni e segni, capaci di una mobilità interstiziale, di una fenomenologia eminentemente dinamica e fluida, qualcosa che restituisca a noi stessi quella nostra mancanza di controllo che si mantiene appena fuori dai regni della parola e dell’immagine statica. Qualcosa, per molti versi, più vicino alla musica.


 

Immagini come queste potrebbero accostare – nei modi di un Jankèlevich, ad esempio – le evocazioni naturalistiche dei Nocturnes (1893-99) o de La mer (1905) di Debussy, ma anche quelle più espressive di Mahler o di Berg. E potrebbero concernere brani tra loro molto diversi come Central Park in the dark (1906) e The unaswered Question (1908) di Charles Ives o come Klänge der Nacht e la breve raccolta pianistica Im Freien (1926) di Béla Bartók, come Ecuatorial (1934) e Deserts (1954) di Varèse o come Des Canyons aux étoiles… (1974) di Oliver Messiaen, come Jeaux d’eau (1901) di Maurice Ravel o come i Sechs Lieder op. 14, su testi di Georg Trakl, di Webern, sino a coinvolgere le poetiche differentemente ‘naturali’ di Iannis Xenakis, Karlheinz Stockhausen, Georgy Ligeti, Isang Yun o Toshio Hosokawa. E, tutto questo, si affiancherebbe, di contro, a simili eccessi, ma a base di tramonti à la manière de Gaspar David Friedrich, che una musicologia oggi in disparte amava accatastare attorno a tutto un repertorio di brani palesemente evocativi, che andavano da Le chant des oiseaux di Jannequin (XV sec.) alla Symphonie n° 3 in Es-Dur ‘Rheinish’ op. 97 (1850) di Schumann o la Sechste Symphonie di Beethoven (1808).


 

Il sobrio ritegno che il musicologo rivolge a tali gesti della scrittura nasconde la sua incapacità a tollerare lo scacco di una comunicazione verbale che, tra rappresentazione dell’oggetto e oggetto rappresentato (il brano musicale in questione), troverà, comunque, e in ogni caso, un resto che preclude l’identificazione. Nello stesso modo, l’obiezione secondo la quale ogni gesto mimetico della scrittura è indegno di ogni seria critica musicale entra nel merito di una questione di etica della ragione piuttosto sfuggente. Il ricorso ad un’immagine naturale sarà detto comunque implicare un triplice arbitrio, nella misura in cui l’analogia si dica mezzo poco indicato per l’atteggiamento critico e la musica l’arte con meno riferimenti alla natura, la cui storicità insita nelle modalità analogiche usate risulta, in più, deluderne la purezza. E però qualcosa ancora va detto prima che si concluda con un verdetto affrettato: ci sono, soprattutto dopo che la poesia simbolista e la pittura moderna hanno optato per un distogliersi dall’oggetto o per un modo diverso di percepirlo e costituirlo, difficoltà classificatorie nell’indicare quale arte più di ogni altra sia in grado di dare accesso a questo ‘uscir fuori’ del bello naturale. L’eco della natura non è mai pura. Perciò il ridondante scribacchiare musicologico attorno alle campagne russe evocate nel Sacre du Printemps (1913) ha pure, se assunto in modo critico, un suo minuto momento di verità. La stessa natura, allorché si stemperi sino in fondo il concetto che la individua, è un’eco di ciò che al soggetto storico-sociale appare ‘esterno’. E, ad esempio, il pianoforte, se interpretato come strumento caparbiamente agguerrito nell’impresa impossibile, e perciò tanto più interessante, di far cantare, con voce calda e sfumata, legno e ferro, non si muove in una regione molto lontana da quella che vede leggere nelle forme a rigore indifferenti della natura, le vicende interne di un soggetto appassionato, e che da tempo un’illustre critica letteraria ha classificato sotto l’etichetta puntuale di ‘correlativo oggettivo’.



 

Che la natura viva il nostro sentire, come la corda percossa di un pianoforte in salotto muova davvero la nostalgia per un’amicizia lontana, è un’illusione ineluttabile, un rimando tanto vago quanto imprescindibile, che si mostra – come in una sorta di moderno e silente haiku – sotteso ad ogni vibrazione. E la musica vive di questi rimandi, di queste intercettazioni. Per quanto possa apparire appendice ingombrante ad un pensare giustamente inteso a misurare le lotterie e i sortilegi di un socializzarsi arruffato e doloroso, la sua presenza, come la luce lunare attorno al distributore di benzina nel quadro Gas di Edward Hopper o nel quadro Full Moon di Allan d’Arcangelo, indica in sé stessa, come eco, la cosa che più importa.

 

Francesco Denini

 

 

 

ASCOLTO

Tra i brani classici pertinenti a queste suggestioni elencherei: Ludwig van Beethoven Sechste Symphonie (1808) per orchestra; Béla Bartók Im Freien I – II (1929) per pianoforte solo; Claude Debussy La mer (1905) e Nocturnes (1993-99) per orchestra; Alban Berg Lyrische Suite per quartetto d’archi; Charles Ives The Unaswered Question (1908) e Central Park in the Dark (1906); …

 

Bela Bartók Im Freien I

Im Freien II (1926)

 

Ludwig van Beethoven Sechste Symphonie (1808)

 

Alban Berg Lyrische Suite für Streichquartet

 

Claude Debussy La mer (1905)

Debussy La mer – Abbado – Berliner

 

Claude Debussy Nocturnes (1893-99)

Debussy Nocturnes – Celibidache

 

Toshio Hosokawa …

 

 

Charles E. Ives Central Park in the dark (1906)

C. E. Ives Central Park in the Dark – Bernstein

 

Charles E. Ives The unaswered Question (1908)

C. E. Ives The unaswered Question – Chicago

 

Janequin Le chant des oiseaux (XV sec.)

Janequin Le chant des oiseaux


Isang Yun …

 

 

Georgy Ligeti …

 

 

Gustave Mahler …

 

 

Olivier Messiaen Des Canyons aux étoiles… (1974)

 

 

Maurice Ravel Jeaux d’eau (1901).

 

 

Robert Schumann Symphonie n° 3 in Es-Dur ‘Rheinish’ op. 97 (1850).

 

 

Karlheinz Stockhausen …

 

 

Igor Stravinsky Sacre du Printemps (1913)

 

 

Edgar Varèse Ecuatorial (1934)

Varèse Ecuatorial

 

Edgar Varèse Deserts (1954)

Varèse Deserts

 

Iannis Xenakis …

 

 

Anton von Webern Sechs Lieder op. 14

A. Webern Lieder op. 14 (Trakl)

 

 

IMMAGINI


Alan D’Arcangelo Full Moon (1963)

 

 

 

Gaspar David Friedrich Morgen im Riesengebirge (1812)

 

 

 

Edward Hopper Gas (1940)

 

 

 

LETTURE

 

Eliot

Jankèlevich

Hegel

Kant

Mac Luhan

 

 

APPUNTI PROVVISORI

- Per la poesia di Verlaine qui citata si veda, in questo sito, il mio quaderno di traduzioni.

- Riporterò qui schede bibliografiche – ora in cantiere – sul tema del paesaggio in letteratura, in pittura, in fotografia, sul concetto di ‘bello naturale’, sulle immagini della natura in musica, sulle idee di ‘correlativo oggettivo’ e di ‘paesaggio interiore’, sulla poetica della cartolina e sul tema del ‘uscir fuori’ e, quindi, della ‘mente estatica’ e del ‘sublime’.

- Riporterò confronti e contrapposizioni al Nietzsche di La gaia scienza III, 108, 109, 110.

- Tra le letture di complemento: Belpoliti, Marco Luigi Ghirri. Quasi niente in Doppio zero Einaudi, Torino 2003 (cerca bibl. relativa citata in fondo al libro).

 

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