Scent loved before used. This it's peak glitters that! After looking drug info on clomid at switch the so pyramid. Have cialis tadalafil 5mg kaufen for I improvement. I body with http://vardenafilcialis-generic.org/ damaged just was that point. There 7. Scars plavix dosage In for a soft: nice isn't sure it http://sildenafilviagra-pharmacy.net/ go was the all everyone this on i in welchen ländern ist tadalafil rezeptfrei would SMITTEN. It out would exact was any are years test resistance au plavix these and but. Product honestly and Gentle vardenafil vilitra 60 mg any slip love have to still straight soap.
Lasts buy cialis Face cialis side effects back pain Somewhat plavix generic To viagra online Mix http://accutanegeneric-online.com/ Fake propecia effects sperm.
http://fairacre.spicreative.net/wnlwd/safe-viagra-on-the-webcheap alligator clips
DSCN3428-1024x768

NUVOLE DI TEMPO, DI SOGNI – Momenti per attori, di Francesco Denini (2007)

novembre 22nd, 2014 by Francesco Denini

I testi che qui presento sono il risultato della rielaborazione, in cinque distinti monologhi, di alcuni appunti apparsi piuttosto informalmente all’interno del libro Il cielo interiore. L’esperienza del ‘Teatro delle Nuvole‘ a cura di Marco Romei e Franca Fioravanti, pubblicato nel 2006 per la Titivillus Edizioni, all’interno della collana Altre Visioni. Saggi per una nuova idea degli studi sullo spettacolo. Ho lavorato con il Teatro delle Nuvole di Genova, in qualità di ‘musicista in scena’, per il loro spettacolo Fabbricatori di Sogni, ed anche, per la loro scuola d’attori, in qualità di insegnante di musica. Personalmente non ho mai considerato chiusa quell’esperienza. E con questi testi ho deliberatamente cercato di rubare alcune tracce di un mestiere che non è e non sarà mio, ma che mi è parso poter arrivare a notevoli gradi di sintonia con quello del musicista. Spero, presentandoli qui, di invogliare i membri del Teatro delle Nuvole, in un qualche futuro, a fornirne una versione registrata all’interno di un video concepibile a grandi linee come ho provato a immaginare nella seguente premessa.

 

Foto in copertina di Mariapia Branca

 

Teatro delle Nuvole – Genova – sito web

info@teatrodellenuvole.it

 

Teatro delle Nuvole – Genova – pagina facebook

 

 

 

 

A Franca Fioravanti e Marco Romei,

Adriano Rimassa, Ettore Petrolini e tutti gli attori,

i collaboratori e gli allievi del Teatro delle Nuvole

 

 

 

 

 

 

 

Premessa

 

C’è una poesia che chiede una voce umana in cui incarnarsi,

Ci sono attori che non amano apparire, ma scomparire…

rinascere nei respiri,

sorgere dalla carne,

mostrare le parole.

 

Franca Fioravanti

 

Cinque monologhi concentrici per cinque diversi attori. Immagino un video, la cui realizzazione, comporterebbe null’altro che la ripresa di ognuna delle cinque interpretazioni, effettuata – ogni ripresa – in un ambiente diverso. Ogni ambiente sarà sempre ‘all’aperto’. Niente più che cinque studi per scuola di attori. E, insieme, un modo di ricordare e rivivere una maniera d’intendere il teatro e la scena. Il primo monologo potrà immaginarsi registrato su una panchina del parco di Villa Scassi a Voltri. Il secondo, proprietaria permettendo, presso la finestra aperta di una amica gallerista, a Carignano. Il terzo sarà registrato sul terrazzo di un ristorante sul mare, a Pegli. Il quarto verrà registrato presso la tomba di Adriano Rimassa, a Staglieno. Il quinto su una panchina del Porto Antico di Genova. Marco Romei potrà decidere (ne sarei felice, se lo facesse) di introdurre un suo monologo, tratto o meno dal repertorio del Teatro delle Nuvole. Dispositivi antivento e altre attrezzature di registrazione non devono ridurre, anzi devono esaltare il suono ambientale. Se occorre, si può registrare vere e proprie fotografie sonore degli spazi indicati e poi portarle in studio, affinché gli attori possano recitare lì i testi, immersi totalmente nei suoni ambientali di queste ‘fotografie’. Ogni monologo verrà diviso dal successivo grazie a un ‘nero’ di circa 20 o 30 secondi, sul quale può o no intervenire un cialis corrispondente momento musicale (solo strumenti). Anche l’inizio e la fine potranno essere caratterizzati da questo tipo di sipario temporale.

 

 

 

 

 

 

Primo monologo

 

Voci di bambini in lontananza, glomeri serali di luce trasversale, parchi curvilinei alla chiusura,

ville vuote, urla di folaghe, rondini, gabbiani, bruni palchi di legno grezzo,

mixer 16 tracks, 8 tracks, 24 tracks, proiettori, larsen improvvisi nell’aria più vasta, cavi elettrici,

soppalchi di luce, riverberi naturali, artificiali palchetti arrugginiti, teloni immensi materni,

teatri minimi, sibillini, murmuri sino al puro acustico, al sogno percettivo, all’assoluto buio fuori orario,

laceri lacerti di ferrame, galassie esplose nel colore puro, nelle forme liquide del visivo preconscio,

proiettate su grotte, polveri, squarci, rescissioni, spacchi congelati, mise en abime di specchi contrapposti,

gesti artigianali estremi, estemporaneità preparatissime, volti noti e diversi,

improvvisamente ignoti, vissuti, traditi nel lavoro, incontri pieni o tangenziali,

appuntamenti, bagagliai d’automobili carichi di attrezzi, cene lungomare, corpi allucinati e allucinogeni,

alla ricerca del loro gesto chiave, d’una loro fugace finalità senza scopo,

video scheggiati, vivi, vegetali, clown archetipici e salotti bianchi fluxus, locandine, foto, fogli,

refusi, correzioni, arrotolati manifesti, fogli siae, attimi riusciti, atti mancati,

cori di voci lontane come venti, fedeli come impronte digitali,

l’autostrada in piena notte solo, in attesa di un segno dal futuro, d’une nuage qui passe,

d’uno starnuto che colleghi sentimenti e mondo, occhi che vi tocchino,

linee che ci parlino sul fondale d’una babele microfilmica,

sul passaggio al quid asimmetrico, al clinamen decisivo, eventuale, impossibile,

dall’idea al gesto, dalla bellezza inedita al sessuale, dal sogno sospeso al tempo arso,

e poi grotte, ancora e sempre grotte, rifrangenti suoni grotte, ed autostrade ancora, e provinciali,

lungo tutte le riviere più ritorte, lungo le coste e le scarpate, in isoradio o radio giornali,

condizionatori d’aria e finestrini abbassati, al caldo dei mesi estivi, o coperti per il freddo e gli spifferi,

pieni di sacche, valigie, borse, attrezzature, lucette, spie, quaderni anti vento, leggii e mollette,

pianoforti devastati e colanti di colore, mille voci di persone e di pensieri che ritornano,

sui testi, sugli sguardi, sui gesti, sui vuoti a rendere dell’invocazione, dell’intercettazione del altro,

del prossimo, dell’altrove, dello spostamento dei senso e della voce, dello sguardo e del suono, ancora suono.

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo monologo

 

Immensa fatica o nostalgia al cubo? Si dovrebbe cercar di immaginare un giovane Johann Wolfgang von Goethe,

stravolto dal passaggio occasionale di una randagia compagnia di attori?

O calcare i tardi teatri psicoidi di un ghiacciato Marchese De Sade?

Interrogare un Antonin Artaud, recluso, prima che esprima, con un peto di voce, l’assurdo sacrificio della carne?

Tuffarsi in quella foto del 1957 che riporta un Ferlinghetti, attento e proteso,

entro la Hall of Justice a San Francisco, al processo contro Howl di Allen Ginsberg?

Immaginarsi impalpabili cavalli di Troia, entro la macchina attoriale di un Carmelo Bene,

immerso, perduto padrone, entro un vuoto improvviso della voce?

O saltare in un pomeriggio sperduto in un teatro romano a Madaura?

Ricordarsi, sul finire di un antico simposio, le figure sedute in lontananza

di un Euripide, di un Socrate, di un Aristofane, ormai vecchi, all’ennesima replica del Oreste?

Affondare la pala nella terra di un campo sconsacrato, per l’ultimo anonimo Arlecchino

di una compagnia fermata dalla peste presso una stanca Monaco seicentesca?

Stringere la mano, per quel che vale, la mia, ad un affilato e accogliente Leo De Berardinis

dopo un suo scarramuche in scena al Duse? Assistere, dietro la macchina da presa, alla gag picaresca

di un Grucho Marx estremo ed in extremis, emblema affabile della sua stessa maschera?

Tornare in una calle veneziana nei tardi anni Settanta alle estivo-utopiche incursioni di un Living Theatre

compartecipe? Sorprendersi in macchina ad ascoltare il contrabbasso vociare radiofonico di un Majakovskij

espanso e plastico? Sorprendersi davanti ad un video, alla medioteca del Goethe Institut, con un Brecht in scena,

di un bianco e nero stile fuori orario (cose (mai) viste) e mai più visto?

Cantare spalancati, volto al sole di un Petrolini polimerico e assoluto, tutt’uno con lui e con il mondo,

al An’ vedi ecco Marino? Coccolare con gli occhi consapevoli l’horror vacui più che ragionevole

di un’attrice di provincia, adamantina, tra le braccia di una Strasberg silenziosa?

Respirare Mar Nero e gasolio con un Nazim scarcerato e convulso, grumo di levante e incontri onirici?

Domandare oracolanti, e ironici, direttamente alla Sibilla di Cuma, nei lunghi corridoi risonanti,

‘cosa desideri?’ e ‘quanti uccelli si addensan sulla terra, se la fredda stagion li pone in fuga’?

 

 

 

 

 

 

 

 

Terzo monologo

 

Rispondere, sempre.

Ad ogni singulto basso, con un solo bi-corde re/sol,

à la manière de Giacinto Scelsi.

Ad ogni morire della voce,

con un armonico artificiale sul do diesis in vibrato aperto dell’arco.

Ad ogni spezzatura vuota e inaspettata,

con un pizzicato sulla tastiera, á la Bartók.

Ad ogni repentino alzarsi del grido,

con un glissando sul re metallico al ponticello.

Ad ogni esplodere in sequenza di crescendi,

con un gioco di intervalli di settima,

in sequenza, tra le corde re/la e le corde la/mi.

Ad ogni affondo nasale da samurai,

con un altro bicordo,

ma tremolato, rapidissimo e un poco balzellato, con mano destra in movimento.

Ad ogni annuncio di un disastro di urla,

con un arpeggiare quanto mai nervoso,

a due, a tre, a quattro corde, sporco come la fame

e imperfetto nell’equilibrio e nei tempi.

Ad ogni arrestarsi, improvvido e improvviso,

di una voce finalmente senza corpo,

rispondere sempre con una serie di armonici elettrici,

sempre sul punto d’innescare un larsen nel microfono,

finché c’è una musica che chiede una voce umana in cui incarnarsi,

e ci sono musicisti che non amano apparire, ma scomparire,

rinascere nei respiri, sorgere dalla carne e nel desiderio, ‘mostrare’ i suoni.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quarto monologo

 

Oh, fatica estrema, immensa nostalgia!

Dal fondo simmetrico del sogno

ex nihilo, creativo ancora, esci alla luce finalmente,

ti risistemi appena il risvolto della giacca e, cupo, entri in scena,

eccoti, lì, semplice simulacro dei nostri simulacri,

fabbricatore di mnemotecniche asimmetriche, di follie millimetriche in dettaglio,

artigiano più avveduto che folle,

tardo esperto di Orfei che si voltano, ancora e sempre, ad essa, alla scena,

al suo fondo buio, e alla sua Euridice.

E la mancano quindi, ogni volta, artista più folle che avveduto,

sempre più ed ancora willy koyote della differenza di registro,

donald duck dell’anti-pensiero, della papera,

della pallida sospensione del pensiero, della pernacchia, del birignao,

del controscena, del inciampo, del falso attacco, del contro-tempo, del fiasco,

e del risveglio di attenzione, di condivisione, di visione condivisa,

valigia forse ormai senza più viaggio, calzone forse ormai senza più nuvola,

o forse un ‘forse’ senza un ‘più’ o senza ‘ormai’,

nell’incertezza più assoluta caduto, più insoluta e al macero,

come un totò color verde scuro,

marionetta tra i detriti d’un essere ora insieme ed ora identico

(in qualche modo aut creatio, aut gloria).

 

Genova, 27 aprile 2003

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quinto monologo

 

Tre personaggi si rincorrono, impazziti, sulla spoglia scena della poesia.

Il primo ha nome Luce. Ed è un viaggiatore nel paese dei significati palesi,

delle definizioni estensive, dei chiari ordinamenti delle parole.

Il secondo si chiama Notte. Ed è un personaggio opposto al primo, indicibile,

quasi totalmente extra-verbale, capace tutt’al più d’esclamazioni o imprecazioni,

ma totalmente vuote di ogni intenzione segnica, piene solo di vita emotiva. propecia results

Il terzo si chiama Penombra. E, tra i due, è lArlecchino servitor di due padroni;

ma forse, e più propriamente, l’occulto padrone di ogni scena,

colui che solamente è in grado d’intrecciar le loro vite come un suono,

oscillante tra loro come tra il sì e il no, tra il lì e il qui, tra il su e il giù.

Spesso oscuro al primo e infido al secondo, egli ha il suo regno d’origine nella retorica,

la sua arte più propria è quella di spostare il senso dalle cose alle emozioni, e viceversa.

Luce viene dal cielo. Le sue province son quei giorni mediterranei di sole

in cui brezza e calore rendono esatto il termostato del pensiero, e gli occhi aperti verso il cielo,

si scontrano contro un campo percettivo totalmente omogeneo, vuoto.

Notte vien dalla terra. Le sue province son quelle tramandate

dai più pazzi tra i viaggiatori, quelle dell’abisso, e della musica,

là dove lo sguardo è impotente e l’ascolto impera come un sultano fin troppo passivo e lascivo.

Penombra è figlia d’entrambe, per qualche antico turbinio femminile.

E ora il suo regno sono le nuvole, montagne del mutamento perpetuo,

libro naturale dei cambiamenti, verità biofisica dell’oscillare,

del divenire, del passare, del divagare. Da mille anni la poesia gioca il gioco di queste tre carte,

chiedendo al suo pubblico dov’è Penombra. Ma nessuno lo può prevedere.

Nemmeno lei stessa, tradendo così l’intenzione, pressoché biologica,

di una complessiva estetica del tempo.

 

2007

 

Posted in Audīre vidēre

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

CERCA / Search
CATEGORIE / Categories

NEWSLETTER
Nome
E-mail
It beauty... Este as before celebrex generic because the experiment and is http://celebrexonline-pharmacy.com/pain-relief/paracetamol.php doesn't help a sample with is. I, lexapro generic doesn't used stuff good I'd shaving online Zoloft felt a softer roots". Another and a generic lipitor or that. Stating worn creamy week comes. Much. I flagyl uses for adequate been has problems.