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PAGANINI, L’ANIMA – musica di Raffaele Cecconi, quadri di Carlotta Cecconi, testo e lettura di Mariapia Branca e Francesco Denini, conferenza di Eliano Calamaro (6 giugno 2015)

giugno 30th, 2015 by Francesco Denini

Qui presento un”intervista impossibile’ a Nicolò Paganini per due attori recitanti; questo scritto è parte integrante delle Variazioni Paganini per violino, orchestra d’archi e due voci recitanti di Raffaele Cecconi, ed è stato scritto, su richiesta di Cecconi, appositamente per questo brano musicale. Le foto di Mariapia Branca rimandano a una presentazione in anteprima delle Variazioni Paganini avvenuta il 6 giugno del 2015, in cui Mariapia ed io abbiamo letto, quasi recitando, l’intervista. In tale occasione, Carlotta Cecconi ha presentato alcuni suoi dipinti dedicati esplicitamente a Niccolò Paganini, mentre il violinista Eliano Calamaro ha eseguito e commentato alcuni Capricci di Paganini, illustrandone le peculiarità tecniche più riposte e significative. Si spera vivamente che a questa prima presentazione possa seguire quanto prima un’efficace interpretazione delle Variazioni Paganini.

 

 

 

I. Cordiali sconfinamenti

 

Intervistatrice: (trafelata, un po’ emozionata) Paganini … Maestro Paganini!

Paganini: (palesemente seccato) Sia chiaro! Ho accettato questa intervista per pura

cortesia. Davvero un’intervista ‘impossibile’, essendo lei, Signora, mi permetta, …

piuttosto ‘vitale’ (la guarda nel suo insieme). Ed io non più vivo da quel tempo assai!

I.: Son qui … per la sua musica!

P.: Sì, sì. Come se non l’avessi capito. Mi chiederà di quella maledetta leggenda

del ‘patto con il diavolo’. D’accordo, per i miei posteri ho solo gratitudine:

mi hanno dedicato montagne e addirittura un ‘pianeta celeste’… per carità!

Ma ‘sta storia del patto con il diavolo vorrei davvero che finisse.

I.: Si dice sia stato un grande seduttore; ma, ora,

… sia lei ad abbandonarsi alle mie domande.

P.: Lei, lo ammetta: è qui, per quella ‘storia’.

I.: … forse, anche. Ma in maniera ‘diversa’.


 

 

II. Il vescovo di Nizza

 

P.: (più pacato) La storia del ‘patto col diavolo’ è, mi creda, mera letteratura.

Avrà collaborato, forse, alla mia notorietà, non dico di no!

Almeno nella fase di ascesa della mia carriera.

(sospirando) Ma mi è costata cara nei giorni ultimi della mia vita!

I.: Si riferisce a quella storia del vescovo di Nizza, che le ha rifiutato la sepoltura?

E del sacerdote che, spaventato dalla sua nomea, le ha addirittura rifiutato i sacramenti?

P.: La voce mi s’era fatta via via sempre più fioca, fino quasi ad esaurirsi.

Sul punto di morire, cercavo di dire qualcosa, ma… E fu così che il prete scappò

terrorizzato.

I.: E per questo il Vescovo di Nizza le ha rifiutato quella sepoltura che le hanno trovato

solo poi, a Parma?

P.: Peggio di una farsa! (pensoso) E ha procurato ai miei famigliari e a mio figlio Achille

non pochi problemi.



 

 

III. Tempo musicale in Beethoven

 

I.: Sembra abbia acquistato, in età matura, musiche di Beethoven.

P.: Avevo un’alta opinione di tutto ciò che veniva da Vienna.

Anche se per me sarebbe stato inconcepibile scrivere cose del genere.

Le sue sonate per violino e piano però parlavano di qualcosa di nuovo.

Totale padronanza del tempo, energia, intreccio. E poi certi sentimenti particolarissimi.

Era musica che si formava nell’introspezione, sapendosi però aprire a un’umanità ideale.

I.: Una musica ‘autonoma’?

P.: Forse lui, sì, stava facendo un ‘patto con il diavolo’, ma lo faceva in ogni suo pezzo.

Quelle sue sonate, invece, erano un’altra cosa. Sì! Le ho ordinate, appena ho potuto.


 

 

 

IV. Colore e timbro in Berlioz

 

I.: Si parla, invece, di una volta in cui si è addirittura inginocchiato

davanti al giovane Berlioz, dopo la prima del Aroldo in Italia. E’ vero?

P.: Sono rimasto un uomo del Settecento. Come Gioachino.

Ce lo dicevamo. Ma sapevo capire i tempi che cambiano.

E credo che gli affreschi orchestrali di Berlioz abbiano aperto un mondo.

Ha saputo fare quello che pittori e scrittori francesi di quel tempo avevano saputo fare

nei loro campi rispettivi. Si è aperta una tradizione francese

che è giunta fino ai vostri giorni, direi.

I.: Era con suo figlio piccolo. All’uscita del concerto – racconta, nelle sue Memoires,

Berlioz – è andato lei a trovarlo e, non riuscendo a parlare si è inginocchiato

e gli ha baciato la mano.

P: Ormai le mie corde vocali erano uno strazio. Non sapevo come

esprimere tutta l’ammirazione.

E l’unica cosa che ho saputo fare è stato inginocchiarmi

davanti al uomo che aveva portato alle mie orecchie il puro mistero del suono.


 

 

 

V. Il romanzesco e l’anima

 

I.: Mi parla di musica del futuro, di mistero del suono. Vede che è lei che mi parla sempre

di un’ombra dentro di noi!

P: Furono le gazzette di quando ero ragazzo che già cominciarono a descrivermi

come un personaggio pittoresco. Funzionavano. Infondo, era musica, concerti.

E c’era di che ben guadagnare. Raggiunta Milano, è stato naturale

che la mia carriera si espandesse a tutta l’Europa.

I.: Non ha mai pensato che ci potesse essere qualcosa di

vero nelle dicerie che viaggiavano sulla sua persona, il patto con il diavolo.

E via dicendo.

P.: Non scherziamo! Sono stato anche un simpatizzante giacobino, da giovane,

ma alla fine conoscevo il sentimento religioso. Era una forma di promozione.

La gente veniva a sentirmi; ed io, effettivamente, suonavo piuttosto divinamente.


 

 

 

VI. Il diavolo, la voce

 

I: Un traguardo intellettuale. Un “paysage terrible et merveilleux”. Una distanza estrema

dal mondo. Voci extraterresti, dalla cassa armonica del violino. Lingue estreme,

innaturali. E, là infondo, una luce d’energia oltre l’umano. Emanazione del nulla.

Il suono più acuto, l’arpeggio più veloce. Il più suadente dei “presque rien”.

Il più meccanico moto perpetuo. Fu così che inseguiste un attimo eterno,

vi sentiste per un istante onnipotente?

P.: (con voce fioca) Cosa vuole da me? Una confessione!

I.: Non pensi alla sua storia, a quella triste vicenda per ci la portarono a Parma.

Io voglio sentire parlare di musica, esclusivamente di musica.

P.: La musica è una tecnica, signora. Senza tecnica non c’è niente.

Ma quando il niente non c’è, è vero che arriva un niente diverso. Nulla di distruttivo,

m’intenda, anzi vitale. Quando si raggiunge l’apice lei pensa davvero che lassù,

su quella nota con cui si conclude un concerto, ci sia infondo davvero ‘qualcosa’?


 

 

 

VII. Sogno

 

I.: E i suoi studi? Ricorda qualcosa di quei giorni di studio solitario?

L’imitazione degli uccelli, del vento, del cigolio dei metalli? I suoi sogni?

P.: Ricordo un sogno infantile, che poi ho ritrovato in età adulta.

Scendevo per via Madre di Dio. Ero piccolo. Ed ero circondato dalla folla.

Non una folla di gente al lavoro, donne alle finestre, ragazzini chiassosi.

Ma una folla di animali d’ogni colore. E un uomo fatto a pezzi,

eppure vivente, che mi pregava di cantare: solo così avrebbe potuto ritrovare unità.

Per farlo, avrei dovuto imitare la voce di tutti quegli esseri assurdi, colorati, sinistri.

E la mia risposta era un’angoscioso, e gioioso inseguimento di quelle voci,

di quelle scene di animali proprio nei molti timbri del violino.

Qualcosa di disumano, che però mi riusciva facilissimo.

ma chi sei, tu, che mi fai dire queste cose così strane?

I: Arrenditi finalmente, mia cara anima terrestre, hai appena detto la cifra

del tuo destino umano, un sogno di bambino (risata).

 

 

 

 

VIII. La presenza di Gioachino

 

P.: Non riesco ancora a capire da che parte stà, cosa vuole, qual’è la sua intenzione…

I.: Parlare di musica. Cos’altro?

P.: Con una signora come lei ci sarebbe voluto Gioachino Rossini.

Forse sarebbe riuscita a sapere anche quel qualcosa che si ostina a cercare presso di me.

I.: Provi a parlarmene.

P.: Eravamo agli antipodi. Ma ci ha legato una stima profonda.

Era un uomo piacevole nei modi, e simpaticissimo.

Abbiamo avuto la stessa ‘malattia’, ovvero un successo quasi eccessivo,

assolutamente massacrante. E questo ci ha fatto sentire solidali.

Lui amava dire che era una fortuna che io mi occupassi di violino,

perché se mi fossi occupato di opera lirica, sarei diventato un concorrente fin troppo

temibile. Naturalmente era un complimento a cui non credevo nemmeno io.

I: Vi siete capiti come si possono capire forse solo due uomini dal destino in tutto

opposto.

P.: Credo proprio di sì.

 



IX. Tartini. L’antro alchemico del violino

 

I: E Tartini? Anche quella sonata intitolata al ‘trillo del diavolo’ era un escamotage

letterario?

P.: Più che un violinista Tartini mi ha sempre ricordato un certo genere di costruttori di

violino, sempre in mezzo ai calcoli. La sua musica mi pareva un antro alchemico, un

mistero pitagorico, un calcolo ermetico e indicibile.

I.: Sta forse dicendo che Tartini, lui sì, avesse fatto il patto con il diavolo?

P.:Nessuno ha fatto patti con nessuno! In ogni tempo c’è tutta una stirpe di musicisti

che impazziscono dietro calcoli, teorie, connessioni. La sua epoca ne sa qualcosa.

A me non mi interessavano quelle cose. Il mio rapporto con il pubblico era saldissimo.

I.: Questo è vero.

 


 

 

X. I concerti di Viotti e i Capricci di Locatelli


P.: Mi hanno influenzato in molti.Viotti è stato un imprenditore esemplare.

Attento al suo pubblico. Locatelli è stato l’estrema propaggine della stirpe di Corelli.

Ci sono aspetti dei suoi 24 Capricci che sono appena riuscito ad eguagliare.

Erano stati scritti quasi cinquant’anni prima e i gusti, certo, erano diversi.

I.: Si direbbe non aver rotto i ponti con i suoi predecessori. Eppure, a detta di alcuni,

sembrava proprio che lei avesse segnato una svolta epocale nella storia del violino?

P.: Una cosa non esclude l’altra. Ho sentito la linfa potente di quelle musiche.

Migliaia di generi si sono già affermati, in seguito. E nuove tecniche le hanno rese

facilmente rintracciabili. La musica è diventata qualcosa di sterminato.

E sentirete musiche preziosissime arrivare dalle Americhe,

dall’India, dalla Cina, suonate da interpreti sceltissimi.

Diventerà ancora più importante ricordare con cura.

I.:Quello che ha appena detto le fa onore.



 

 

XI. Cosa chiedere ai miei interpreti futuri?


I.: La sua musica, dopo anni di lavoro, comincia ad essere un po’ più in ordine.

Alcuni studiosi e studiose hanno fatto progressi preziosi.

Non pochi dei suoi brani sono rimasti chiusi in una cassa per molti anni.

E una maggiore attenzione l’hanno ricevuta solo nel Novecento.

Cosa chiederebbe ai suoi interpreti futuri?

P.Chiedo di suonare tutti i brani che vi sono pervenuti.

Per il resto, chiedo di far emergere dalla mia musica tutta la trasparenza espressiva

delle sue volute formali. Credo di aver puntato sull’evidenza emotiva

e sulla chiarezza delle forme, più che sul virtuosismo.



 

 

XII. Il violino, un eterno conflitto creativo


P.: Dopo gli anni del grande successo ho pensato molto alla musica degli altri.

Vorrei che vi fosse rimasto almeno qualcosa di tutto quel pensare.

Se solo avessi saputo vincere la mia ritrosia…

Piuttosto, lei, cos’ha potuto capire da questo nostro incontro, mia misteriosa

intervistatrice?

I.:  Sono riuscita nel mio intento; e credo, perciò, di poterle rispondere.

La musica per lei è stata un qualcosa di molto particolare, che non si

può dire di tutti i musicisti: un unico sottile, ombroso, e a volte ritorto,

inseguirsi di una voce e della luce.

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