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TRA VISIONE E COMMENTO. BREVE INVITO ALLA LETTURA DI ‘PITTORICI IDIOMI’ DI MARCO FURIA – di Francesco Denini

settembre 5th, 2019 by Francesco Denini

‘Idioma’ – come è noto – è parola che rimanda eminentemente alla lingua, a dialetti, a modi particolari del parlare che non recedono da una qualche dimensione collettiva, stabilita e continuamente contrattata ufficialmente, contrariamente a parole come ‘idioletto’, ‘gergo’, ‘gramelot’, ‘cenno’, il cui senso, non meno complesso, sembra riguardare piuttosto l’individuale, il particolare, l’appartato, l’insensato o quasi. Questo almeno sembra suggerire il più semplice studio della parola. L’accostamento alla pittura, implicato nel titolo del essenziale libro di Marco Furia, può essere accolto allorché s’intenda rimandare ad una analogia, per altro consolidata ben prima d’ogni approfondimento semiotico, secondo la quale anche le immagini ‘parlano’ e parlano chiaro: ut poesis pictura. In questo senso, Pittorici idiomi di Marco Furia sembra da intendersi quale libretto volto a tradurre dall’idioma ‘pittorico’ (per scelta delle immagini, oltreché perché il titolo questo dice) qualcosa che si ponga nell’ambito del verbale, ma che a definirlo tale, e basta, senza nulla approfondire, non si è detto ancora – va da sé – un bel nulla.

 

Tornando a rileggere Critica e commento. Benjamin, Foucault, Derrida di Giuseppe Zuccarino [Graphos 2000, ora anche nel sito La dimora del tempo sospeso] alla ricerca di suggerimenti per raffinare, in modi finanche indiretti, i miei tentativi di scorgere pensieri dentro le opere e le poetiche di musicisti del Novecento (focus primario delle mie letture) mi capitava di fantasticare un’analoga ricerca attorno al tema del commento e della critica in un filosofo a prima vista poco più che tangenziale a questi ambiti, come Ludwig Wittgenstein. Si trattava naturalmente di un pensiero del tutto laterale, a cui nemmeno lontanamente mi sono applicato almanaccando nelle bibliografie più facilmente disponibili, e che grossolanamente potrebbe vedere (e farei bene a pensarci più attentamente) il primo Wittgenstein più vicino all’analisi logico-critica del linguaggio e il secondo Wittgenstein più vicino al commento. Ma se il pensiero va a Wittgenstein è perché da un lato è, direi, più rara la sua presenza nelle ricerche preziose di Giuseppe Zuccarino (almeno in quelle che conosco, e non è certo un limite di Giuseppe, se non da lui scelto), ma soprattutto perché la lettura delle opere di Marco Furia porta naturalmente ed esplicitamente a confrontarsi con il filosofo del Tractatus e delle Bemerkungen, per – e lì sta lo scarto che risponde alla domanda circa il medium della traduzione – farne, potrei dire, poesia critica del linguaggio.

 

Se è anche un poco tollerabile una tale prospettiva, ecco che è possibile – questa almeno è la mia proposta, qui – leggere con soddisfazione il libro di Marco. La scelta dei pittori e dei quadri non risulterebbe affatto indifferente, mostrando anzi un sapido understatement (al di là d’ogni luogo comune, per quanto nobile, della critica d’arte) che invita a uno sguardo primario, uno sguardo che si ricordi di se stesso prima d’ogni categorizzazione e che è, poi, a mio avviso, il ponte stesso verso la poesia. E rischierei di fare un torto al lettore se ripercorressi quadro per quadro, scopertamente, le parole dell’autore, avvertendolo però, questo sì, a non farsi ingannare dall’apparente semplicità, appunto, con cui Furia lo aggiorna con notizie di supporto e descrittive. La scrittura si ritrae qui volutamente al servizio del vedere, con l’intento di estrarre qualcosa di impalpabile, qualcosa che accosti quelle soglie che richiedono tanto il gusto fine della geometria quanto l’infinitesimale aspirazione della geometria per la finezza più estrema; sempre che se ne abbia il gusto. Ad un certo punto si dice (e volutamente non dico dove): “L’artista è il suo pennello e quel pennello siamo anche noi che osserviamo il suo dipinto”. Ed è così che si delinea, in estrema sintesi, il nastro di Moebius in cui è presa la visione.

 

Percorrere tale nastro di Moebius vorrà dire esporsi all’esperienza della visione con la giocosità calibrata – si inizi a leggere – di tiratori con l’arco. La veduta in un quadro si scoprirà così essere un’integrità del vivere, un modo di vedere per cui vedere è un modo di esistere, qualcosa che ci può rivelare come la materia sia essa stessa un concreto altrove che influisce sul nostro linguaggio. In un’assenza di enfasi potrà manifestarsi aperta la proposta di un armonia possibile, tra eterogeneità e integrità. Potrà accadere di sentirsi chiamati dentro la figurazione da una tela che si estrinseca come assenza/presenza lungo i limiti imposti dal linguaggio, di cogliere un tempo dello sguardo tra istante e vita, tra esistenza ed esserci, in cui l’immagine chiami il noi che si scopre incerto del suo essere o non essere, con un realismo che vuol dire innanzi tutto essere al confine del senso, proprio in quanto essere mondo. Ci accosterà la precisa ambiguità del essere e del senso di un mondo che rimane incerto, relitto, speranza, segno, traccia, impronta di una strada che è ancora ‘luogo’, in quanto è predizione presente di un qualche futuro, oscillazione tra il costruire e il distruggere che divengono sguardo umano in se stessi, superamento di ogni fanciullezza pur permanendo in essa tra tempo sospeso e storia.

 

Potrà accadere che ci venga incontro un personaggio in se stesso estraneo alla nostra forma di vita, forse intrigante come un pericolo potenziale, un mostro che per essere tale debba rimanere irrisolto, fermo in una persistenza enigmatica che rispecchi in sé la condizione aperta e fredda dell’essere stesso dell’osservatore. O piuttosto potrà accadere che una persistenza metafisica, bilanciata tra serenità e leggera inquietudine, permetta di entrare nell’emozione, di illuminarla dall’interno. O, infine, potrà accadere che un provvisorio e contingente ritrovarsi, un camminare dall’interno, si riveli, con una complessa semplicità stilistica, immagine che parla con noi, fisionomia provvisoria che trapassi in cadenza emotiva, al pari passione e materia del quadro, comunicazione e suo perimetro materiale. Questo potrà accadere leggendo, vedendo Pittorici idiomi. Questa è la poesia critica che Furia sa estrarre, direi, dalla visione pittorica.

 

***

Per la lettura del libro: http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=234

Si veda anche: Angelo Andreotti Marco Furia ‘Pittorici idiomi’, 2018 – Pagine a maggese

www.angeloandreotti.it

E, quindi, strettamente correlato, Marco Furia ‘Iconici Linguaggi’:

http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=205

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