Raccolgo qui composizioni e appunti con cui ho cercato, negli anni, di pormi in relazione con l’esperienza culturale più intima, radicale e creativa: la composizione musicale.

Questo è, a tutti gli effetti, un laboratorio artigianale, corredato di ricordi e note varie. Lavori incompleti, vecchi e nuovi esperimenti, opere compiute si orienteranno verso azioni ulteriori.

Alcuni amici in effetti mi hanno invitato a raccogliere e mostrare i molti frammenti che nel tempo ho accumulato, e di prendermene cura. Presento qui, perciò, partiture, audiovideo, scritti, nel tentativo di rendere accessibile – per chi abbia la pazienza di seguirlo – il divenire del mio agire creativo. Proverò qui a catalogarli; i nomi in neretto portano o porteranno a relative pagine.

In passato mi è accaduto di tener riservata l’attività creativa, quasi a farla stazionare in uno stato di lunga stagionatura. Inoltre una mia attrazione per intersezioni e sentieri poco battuti (che mi ha reso piuttosto libero) ha  forse precluso più solide specializzazioni. Questo ha comportato l’espandersi di un sentimento di singolarità riflessiva a scapito di un’effettiva realtà intersoggettiva, nonostante l’impegno ‘in salita’, e – mi sento di dire – altruista, davvero intersoggettivo, nel costruire una rivista pluralista e propulsiva come è (stata) SuonoSonda.  

L’unica autocritica in questo senso la esprimerò, quindi, a favore dell’opera. Accontentarmi della pagina ‘ben scritta’ o del frammento promettente, con l’idea che tanto basti a capire meglio veri maestri o autentiche promesse, non era che il portato di un’insufficiente autostima, un timore nei confronti dell’opera compiuta, delle sue proprie mediazioni, della sua stessa vita, capace di camminare con le proprie gambe, oltre l’aiuto soffocante dell’autore.  

Se c’è una dimensione di pensiero nella composizione che ne animi la consistenza, è da questa dimensione, e non da altro, che effettivamente sono sempre stato attratto.

C’è stato un tempo in cui nelle botteghe artigiane passavano ricerche e pensieri di prim’ordine a fianco, o anche contro, istinti sbalorditivi. La mia formazione confida nell’artificio, nella ricerca oltre i limiti naturali, nelle tecniche e nella critica alle tecniche, oltreché nello scavo in profondità, nella revisione, nel pensiero critico e analitico, e nella possibilità sempre aperta della mediazione tra queste componenti. Qui si fermano le mie facoltà; si tratta di un limite, di una di quelle malattie che si curano creando e scrivendo, e al contempo di un’opportunità.

I miei applausi più sinceri, e lo dico davvero, vanno a chi può contare su maggiore naturalezza. Più in là di così io, effettivamente, non so andare. 

Se sia cosa di buon gusto tenere per sé appunti di formazione e esplorazioni personali o se sia più onesto esporre in vetrina il proprio laboratorio work in progress e aprirlo alle critiche, è uno scrupolo importante, che investe il tema del lavoro spirituale; nocciolo di questi miei appunti. 

Probabilmente è solo un fatto di spazi.

Un sito web ha il pregio di esporre il lavoro individuale con tranquillità, e senza portar via il minimo spazio ad artisti più meritevoli. 

Per il resto, non mi sembra di aver bisogno di difese interiori d’alcun tipo. Anzi ringrazio tutti: chi mi ha mostrato o mi mostrasse interesse, chi mi ha fatto o mi farà arrivare critiche e anche ironie le più diverse, e chi semplicemente non valutasse interessante il mio lavoro. Sono tutte cose che è impossibile non comunicare, ma che si possono comprendere serenamente. 

Aver incontrato persone ‘formative’, aver avuto incontri fertili, e averli rielaborati a mio modo, può comunque produrre forme incerte, destinate a galleggiare in una ricerca dai tratti instabili. Di questo, sì, sono l’unico responsabile.

Mi sembrerebbe triste non ammetterlo e mi sembra triste chi non abbia la forza d’animo di mantenere aperta, quando è il caso, una porta anche a tale incertezza, alla sua quotidiana vivibilità (anch’essa forse non poi così sterile).

L’inconsistenza minaccia tutti, a tal punto che non deve poi paralizzare più di tanto. E la stessa socializzazione ha i suoi inganni.

Ogni composizione che qui propongo è comunque traccia, di incontri bellissimi. Non è, certo, un giudizio di valore, ma un semplice partecipare di cose accadute, di vicende umane, molte, o di sentieri percorsi. E di cui sono profondamente grato.

Attualmente solo un libro di poesie intitolato Suono (2022) è opera realmente terminata. La mia tesi di laurea in filosofia La concezione del tempo nella musica contemporanea (2016), ripresa e mollata per anni (e promossa a pieni voti), andrebbe a tratti rivista e limata, cosa che intendo fare prossimamente. Suono e tempo sono, di fatto, sempre stati i miei principali ambiti d’attenzione.

Frammenti comunque indipendenti da me sono le composizioni Ecloga per clarinetto in si bemolle (1997), Strappi per violino e suoni elettronici (1996), Novilunio di membra per voce femminile, clarinetto, violino e percussioni (1992) e pochi altri che qui riporterò.

Raccolgo qui anche, progressivamente (quanto più me lo permetteranno i miei ritrovamenti), un brogliaccio di appunti che mi è capitato di scrivere attorno alla musica, intitolato provvisoriamente Correzioni, revisioni, mediazioni (1076 – 2023).

Fiducia e speranza crescono nel presentire che ogni intuizione possa trovare una sua più adeguata creatività, nel confidare che almeno parte del materiale abbozzato possa assumere, attraverso ragionate revisioni, le forme di un’opera almeno in parte compiuta. L’azione sta nel lavorare mediando le parti, con attenzione artigianale, coscienza storica dei modelli, dei mezzi e delle strutture, e capacità dialettica di sondare orizzonti, presenze ed ombre.

Nessuno ha mai detto che il lavoro spirituale sia per forza una cosa semplice.

 

§

 

I. 

PICCOLE COMPOSIZIONI GIOVANILI

Ecco una serie di appunti di adolescenza, conservati nel tempo, con la fiducia di poterli rielaborare, quasi accompagnando al ragazzo di allora l’attenzione ulteriore di aggiornato insegnante di sostegno. Alcuni restano un documento (e sono stati anche solo il pretesto per un esercizio di scrittura informatica), altri potrebbero essere utilizzati per dar avvio a lavori più maturi. Forse, nella quantità di fogli che mi sono rimasti, qualche altra cosa si potrebbe ancora salvare, ma a costo di rielaborazioni decisamente più consistenti. 

1 – PER TRE VOCI E TRE STRUMENTI (1976-77)         

1) N()U()L()L()A – 2) Khrushchev is coming on the right day  

Sono due brani molto precoci, entrambi per voce femminile, due voci maschili, violino, flauto e violoncello, risalenti agli anni in cui da Raffaele Cecconi – sotto la direzione del M° Gino Contilli – venivo introdotto alla musica del presente presso il Conservatorio di Genova. Il primo brano è stato anche registrato. Avevo quattordici anni. Da qualche anno, recuperare alcuni miei frammenti giovanili è stato un modo per acquisire e rinforzare competenze con i programmi informatici. Salvare poi registrazioni, come quella di N()U()L()L()Ami ha permesso di accostare personalmente tecniche per restaurare e rendere fruibile il contenuto di nastri magnetici di più di 45 anni fa e in non buone condizioni. 

Khrushchev è invece una composizione appena abbozzata e per molti versi insufficiente, ma che può essere rielaborata in modo da essere forse resa fruibile: di questo lavoro salvo l’incontro con una delle più belle poesie di Frank O’Hara (di cui presento qui, al punto 2, una mia traduzione) e un tipo di forma musicale fatta di suoni e di silenzi, che mi son trovato a ricreare anche in altri brani successivi. 

Allo stesso periodo risalgono la seguente raccolta e i successivi brani:

2 – PER VOCE E STRUMENTI (1977):

1) Avec quoi (Noel)– 2) When I went out (Ferligetti)– 3) Thumbling-hair (E .E, Cummings)

Avec quoi è già una prima rielaborazione di un brano per voce e strumenti, su un testo differente (non interessante), riadattato qualche anno fa, nel mentre lo trascrivevo, per una poesia di Bernard Noël tratta dal volume di poesie L’ombra del doppio (L’ombre du double) del 1993 tradotto in modo magistrale da Lunetta Frisa nel 2007. Ho conservato il testo in francese, ma sarebbe altrettanto e forse più adeguato se fosse eseguito col testo in italiano.

When I went out è un brano per voce recitante, flauto, clarinetto in si b, violoncello e pianoforte, scritto già in origine per un testo di Lawrence Ferlinghetti, tratto dalla celebre raccolta A Coney Island of the Mind del 1958. Non penso di rivederlo. Mi piacerebbe invece eseguirlo e registrarlo, come spunto per cose ulteriori, ma escluderei di modificarlo o addirittura ricomporlo con altre modalità di composizione.     

Thumbling-hair è un brano, diviso in tre sezioni, per soprano, flauto, violino, violoncello, celesta, percussioni e glockenspiel per una poesia di E. E. Cummings, tratta dalla raccolta Tulips and Chimneys (1923). Questo, di tutti, è forse l’unico brano un po’ più maturo, pur nella sua estrema semplicità.

3 – DICEMBRE (1978) per pianoforte solo

È un semplice brano appuntato dopo un’esecuzione di Last Piece di Morton Feldman da parte del amico Alessio Ageno. Difficile aggiungere altri commenti.

4 – ORE 6 – LEZIONE CON RAFFAELE (1978) balletto per voci e strumenti

Si tratta di un gioco teatrale (ispirato un poco a coreografie allora innovative, come quelle di Carolyn Carson) che integra strumenti sul palco e relativi danzatori in scena, mentre altri strumenti son posti fuori scena. Nemmeno questo brano potrà essere seriamente riconsiderabile. Tra l’altro, non credo che Cecconi sia a conoscenza dell’esistenza se non di alcune tra queste piccole ‘composizioni’ (e prima o poi glielo chiederò). La trascrizione che qui presento deve ancora riportare alcune delle sue note illustrative iniziali.   

Simpatica, la colorata partitura di allora: per alcuni anni fui incoraggiato a giocare in modo creativo con la musica e del ricordo di quella manciata di anni non intendo liberarmi.

Sotto la supervisione di Gino Contilli, Raffaele Cecconi, dal 1975 al 1978, diede vita a una sorta di analogo musicale ante litteram del film “L’attimo fuggente”, di cui molti furono gli studenti che in vario modo ne godettero. Alcuni amici, tornando a quella vicenda, ne misero in luce – non a torto, ma troppo fortemente – i limiti. Per quanto mi riguarda ho invece deciso di conservare il meglio di quella vicenda pedagogica, che risiedeva nel essersi nutrita di un’idea di musica tanto intima e critica quanto creativa e propulsiva. Nel brogliaccio di appunti sopraindicato continuerò a raccogliere e riordinare anche alcuni esercizi ‘letterari’ legati a quella vicenda.  

Cecconi trascrisse per i suoi numerosi studenti un numero cospicuo di song di Ghedini, di Britten, dei Beatles, di Berio (Folk Songs), dedicò interi concerti a Ives, Purcell, Frescobaldi, allestì esecuzioni per giovani studenti con musiche di Earl Brown, Karlheinz Stockhausen, Morton Feldman, mise in scena riduzioni dall’Opera da tre soldi di Weill e Brecht o rielaborazioni da Pinocchio, un libro parallelo di Giorgio Manganelli, costruì giocose trasmissioni radiofoniche e incoraggiò chi lo volesse a dedicarsi a piccole creazioni musicali, attraverso le quali magari cominciare a mostrarci i primi segreti del contrappunto e dell’armonia. Il Maestro Contilli, sempre presente alle intense attività del suo Conservatorio, non poneva preclusioni, raccomandando solo di affrontare ogni cosa con il sufficiente senso critico. Non posso escludere di aver perso in quell’ambito, a tratti, una più matura consapevolezza di me stesso, ma intanto quella massiccia overdose di musica ha distolto tutti gli studenti, me compreso, da altre più pericolose overdose, e certamente ha acceso profonde passioni musicali. 

Anni dopo Raffaele Cecconi compose un brano musicale in omaggio a Gino Contilli, ispirato a un breve appunto del Maestro ancora conservato presso il Conservatorio ‘Niccolò Paganini’ di Genova. Il brano è  intitolato Variazioni Contilli.

Il 24 novembre 2019, presso il circolo genovese Les Salonneres di Carlotta Cecconi (figlia di Raffaele Cecconi, spesso in intesa col padre) il pianista Franco Trabucco ha eseguito di Gino Contilli 8 studietti dodecafonici, in presenza del suo discente più illustre, il Maestro Giacomo Manzoni. Riporto un video di quella serata privata, quasi a compiere qui un omaggio complessivo all’ispiratore, tra l’altro, di tutta quella vicenda.  

§

 

II.

LA BOTTEGHINA DELLA MUSICA,

ESPERIENZE ED ARTIGIANATI VARI

Nel 1974 intanto mio padre – laureato in Legge, ma con una solida cultura musicale, valido pianista e con un suo talento critico per l’arte visuale (che lo portò a coltivare una non grande ma vitale collezione d’arte contemporanea) – decise di aprire, nelle immediate vicinanze del Conservatorio ‘Niccolò Paganini’ di Genova, un negozio di libri, spartiti e strumenti musicali che chiamò Botteghina della musica. L’iniziativa fu salutata con graditissimo entusiasmo dal Maestro Contilli e fu, tra l’altro, legittimata da una legge comunale di allora che già promuoveva l’apertura di librerie mirate nei pressi e al servizio delle scuole cittadine.

Questa libreria, che avrà modo di durare sino al 2011, fu di enorme importanza per la formazione musicale mia e di mio fratello (di me più giovane di un anno), che si diplomerà come violoncellista presso il Conservatorio nel 1985. 

Se la nostra infanzia era stata illuminata da ripetute visite a Venezia per vedere La Biennale d’arte contemporanea, da appassionanti frequentazioni di artisti di vario tipo e da stimoli simili, la nostra adolescenza fu messa a contatto con moltissimo materiale musicale, grazie al quale maturò, tra l’altro, una consistente confidenza con le case editrici musicali del pianeta.

In particolare mio fratello, Graziano Denini, che avrà un ruolo molto importante nella conduzione del negozio, sviluppò un talento particolare per lo studio approfondito dell’armonia e del contrappunto, per l’analisi musicologia e filologica dei classici viennesi e dell’opera di Richard Wagner, per la musica da camera tedesca e francese e per il Lied tedesco; studio, per quest’ultimo, che lo portò a comporre ottimi Lieder su testi degli stessi poeti che si imparava ad apprezzare come i poeti del repertorio liederistico.

L’eccesso di stimoli (un’ostacolo a una formazione più specialistica?) o forse una mia propria natura basculante (che non poteva scindere interessi letterari e musicali) non impedirono comunque di frequentare per due anni i corsi estivi di violino tenuti presso il Mozarteum di Salisburgo dal Maestro Renato De Barbieri, di godere dei preziosissimi corsi di Musica da Camera del pianista e compositore Massimiliano Damerini presso il Conservatorio di Genova (in formazione di trio con Graziano Denini al violoncello e Alessio Ageno al pianoforte), di accedere, nei primi Anni Ottanta, ai corsi di Musica da Camera del Maestro Garbarino e ai corsi di Composizione e Analisi Teatrale del Maestro Sylvano Bussotti, presso la Scuola di Musica di Fiesole. 

Raccoglierò qui una serie di brani, di natura per lo più formativa: lieder o song (composti sotto l’influenza delle passioni liederistiche di mio fratello), ma anche rielaborazioni artigianali per le più diverse occasioni, il carattere delle quali non va al di là di presa di contatto con un genere o con uno stile, nel mio caso senza particolari pretese artistiche, ma che, per un motivo o per l’altro, continuo a trovare significative o, chissà, anche riutilizzabili.

Canti per voce e pianoforte [prossimo inserimento]

Mi sono anche cimentato, nel corso degli anni, in arrangiamenti diversi e in rielaborazioni che talvolta mi è capitato di conservare e che, in alcuni casi, ho già trascritto o intendo trascrivere. Questo mi sembra lo spazio giusto per presentarne alcuni.

Un altro incontro importante è stato quello con il sassofonista e compositore Claudio Lugo, che, più che un incontro, è stato ed è (come quello con mio fratello o con Cecconi) un piacevole accompagnarsi nei decenni, attraverso esperienze formative a mio avviso rilevanti, nel più totale rispetto delle differenze; anche questa, con Claudio, è un’esperienza, fatta di vicende e di ulteriori incontri, molti, e che, tra i suoi diversi nuclei, ha l’essersi incontrati nel 1982 – potrei dire con sorpresa (ci si conosceva ma forse non ci si aspettava una tale convergenza) – alle lezioni di Sylvano Bussotti presso la Scuola di Musica di Fiesole.

Dal punto di vista artigianale (e non solo), Claudio è stato colui che mi ha dato, dopo mio padre, un qualche accesso, almeno parziale, alla ‘composizione’ jazz. Nel 1997 mi chiese di far parte, in qualità di violinista, a una big band da lui diretta, di nome Factory Orchestra, composta da musicisti splendidi quasi tutti di area genovese.

In quella situazione mi concesse di provarmi a comporre un brano che, nel mio intento, tornasse su esperienze ospitate a Genova vent’anni prima, come quelle della Big Band di Carla Bley, ascoltata insieme a Claudio e a molti altri presso i concerti estivi dei Giardini di Nervi. Musicai per la Factory Orchestra una toccante poesia di Louise Glück, poetessa ancora non molto nota allora in Italia, presente in una raccolta Einaudi di poeti americani curata da Gianni Menarini nel 1972. Il titolo della poesia è My Life before Dawn (1998).

 

Gli splendidi musicisti che hanno dato vita a questa versione del brano, registrata presso un locale di Genova chiamato Fitzcarraldo il 25 gennaio 1998, sono: Esmeralda Sciascia (cantante), Felice Reggio (tromba), Claudio Capurro (sax), [prossimo inserimento per i restanti musicisti; è possibile che in futuro mi dedichi a migliorare la resa audio della presa diretta]

In anni successivi fui gentilmente avvisato dal regista e professore Massimo Bacigalupo – esperto e di poesia americana contemporanea e traduttore di Louise Glück – circa la comprensibile attenzione ai diritti d’autore che la poetessa avrebbe potuto esercitare su quel suo testo poetico. Che dire! Qualora avvenisse mai che l’attuale premio Nobel americano, Louise Glück, incorresse nella stranissima vicenda di ascoltare questa mia appartatissima esercitazione, spero la assuma per quello che è: non certo un’impresa commerciale, ma un devoto e umile omaggio alla sua ammiratissima poesia. 

Genova, oltre a Claudio Lugo, ha dato i natali a orchestratori Jazz notevolissimi, capaci di risolvere problemi coordinati di concertazione orchestrale, amplificazione dal vivo e dialogo con un gruppo di improvvisazione, come Paolo Silvestri. La mia trascrizione può tutt’al più accreditarmi una maggiore comprensione musicologica al loro difficile lavoro (e già sarebbe molto). Certo, nella registrazione che Claudio ha ritrovato, il brano è presentato al pubblico come un’opera a tutti gli effetti (e la sua valutazione non mi è indifferente, data la sua esperienza); probabilmente è qualcosa che confina tra opera e prova di studio: mi è mancata la possibilità di una pratica nel tempo, che permettesse di limare i dettagli e, in generale, la consuetudine consolidata del mestiere (che potrebbe tornare a maturare, qualora se ne presentasse l’occasione).     

Ancora da Claudio Lugo, più recentemente, nel 2017-2018, sono stato invitato a partecipare a una lettura collettiva, da lui organizzata, delle molte pagine del Tratease di Cornelius Cardew (1963-1968) e suppongo ancora reperibile (o presto disponibile) presso il suo ottimo sito personale, su Vimeo, a cui hanno partecipato come TT-TUTORS: Claudio Lugo, Federico Palerma, Mario De Simoni, Davide Mantovani, come TT-CREW: Eugenia Mar Amisano, Gigi Magnozzi, Francesco Mascardi, Andrea Leone, Marco Traversone, Lorenzo Capello, Tommi Calomito, Laura Torterolo, Giulio Gianì, Pippo Costella, Davide Mantovani, Pietro Martinelli, Tina Omerzo, come Guests: Marco Tindiglia, Giacomo Merega, Marco Giongrandi, Francesco Denini, Drude Aviaja Becky Larsen, Ilaria Zonca, Francesco Denini, e come ExtraGuests: Andrea Ceccon, Francesco Cusa, Lorenzo Bergamino, Gianni Lenoci, Giacomo Merega, Federico Bagnasco, Marcello Fera.

Il progetto prevedeva una interpretazione da più punti di vista delle meta-codifiche grafiche della partitura, suddivise in un ciclo consistente di video, testimoni di relativi incontri di improvvisazione. A mio avviso, l’ipocodifica (o, davvero e meglio, la meta-codifica), in questa vicenda, rendeva diverso e stimolante il dialogo tra punti di vista soggettivi e molteplici e azioni musicali ampiamente collettive. 

Ho sempre cercato di rendermi disponibile a praticare la scrittura musicale. E questo è avvenuto, negli anni, parallelamente al ampliamento di conoscenze musicali che la prossimità al negozio di famiglia giocoforza rendeva più agevole.  

Una delle più originali ricerche è partita negli Anni Novanta, allorché Fabio Rinaudo, esperto strumentista di hornpipes, ha coinvolto mio fratello e me in un gruppo di ricerca ed esecuzione di musiche scozzesi e irlandesi del XVII e XVIII secolo, non di rado incomplete e necessitanti spesso di rielaborazioni talvolta anche ampie. Per la vocazione musicologia e filologica di mio fratello fu un ulteriore occasione per esercitarsi. Ed io pure non persi l’occasione per cimentarmi.

Resta un brano intitolato Carolan’s Quarrell with the Landlady, qui registrato con scopi unicamente dimostrativi e promozionali da musicisti a cui dovrò chiedere se desiderano essere menzionati.

Inserisco qui anche un quaderno di esercizi sul contrappunto con gli studi che mi sembrano conservare un minimo di artisticità: [di prossimo inserimento]. 

 

§

 

III.

LA TENTAZIONE ARTISTICA

Nel autunno del 1982, a vent’anni, mi sono accostato ai corsi di composizione e analisi teatrale di Sylvano Bussotti tenuti presso la Scuola di Musica di Fiesole con estrema timidezza. Avevo ascoltato musiche di Bussotti in più occasioni. Già conoscevo alcune sue musiche, quando, nel 1976, in occasione di un concerto a Venezia, fu mio padre che mi incoraggiò a chiedergli un autografo (che conservo ancora, insieme ad altre sue cartoline ed appunti successivi), dopo un concerto in cui si erano eseguite sue musiche.

Nel 1980 poi avevo assistito a una sua conferenza concerto a Genova, nell’ambito di una originalissima e ricca stagione-evento di musica colta contemporanea, intitolata Parole per Musica. Quando nel 1982 decisi di iscrivermi al Corso di composizione mi sentii in difficoltà di fronte alla sua poliedricità e, pur interessato moltissimo alla composizione musicale, mi venne più facile tentare di accostare la poetica di Bussotti attraverso una qualche forma di riflessione, che si concretizzò in un’intervista e uno scritto, intitolato Oggetto Amato, pubblicate in uno stesso numero, del 1983, della rivista L’Erbaspada (attualmente sarebbe difficile accettare per me quello scritto, senza una sostanziale riscrittura). Cecconi recentemente mi diceva che, di lì a poco, aveva avuto modo di incontrare Bussotti, il quale ebbe parole favorevoli nei miei confronti: sembrava che fossi riuscito a cogliere qualcosa del ‘metodo’ geniale, se così si può dire, che lo caratterizzava.

Anni dopo Bussotti mi sorprese riportando la chiusa di quello scritto nelle note di copertina del suo Ninfeo. Ma l’esito che credo sia stato il più riuscito nel mio impegno a restituire qualcosa della vasta poetica del Maestro Bussotti credo sia il saggio che Bussotti stesso mi chiese di scrivere per la sua opera lirica L’ispirazione (1988), intitolato Il tempo che ci guarda. Sto raccogliendo questi e altri scritti nel brogliaccio che ho indicato prima col titolo Correzioni, revisioni, mediazioni.

 Se da un lato avventurarmi nelle complesse trame della poetica musicale di Sylvano Bussotti era per me diventato un obbiettivo destinato a rimanere perenne, dal punto di vista della composizione mi resi conto che non sarei nemmeno lontanamente riuscito a raggiungere una tale padronanza di scrittura e, anzi, la tendenza al bozzetto non finito e all’incertezza probabilmente aumentò. La massa di appunti accumulati in alcuni casi ha potuto trovare solo col tempo una qualche definizione e, d’altro canto, mi sembrava che la critica alla scrittura contenuta nelle trame più complesse delle partiture di Bussotti, penso a Pour Clavier  o a The Rara Requiem, per me sarebbe stata possibile se spostata sul piano della forma compositiva. E intanto, in particolare dall’opera L’ispirazione, la cui trama è tratta da un racconto del filosofo Ernst Bloch, paradigmatico della sua concezione del tempo, iniziava il mio pensiero costantemente riferito al tempo che porterà attraverso strade diverse alla mia tesi La concezione del tempo nella musica contemporanea.   

Vari frammenti risalenti a quel periodo si andranno a radunare in quello che lentamente verrà definendosi col nome di Beckett. [prossimo inserimento]

 

Notturno per cinque flauti

Variazioni su Echo’s Bones per oboe e pianoforte

Novilunio di membra per voce femminile, clarinetto, violino e percussioni

Fotografie per clarinetto, viola e pianoforte

Strappi per violino e suoni elettronici

… [CONTINUA]

§

IV.

OLTRE LA SOGLIA DELLA PAROLA

Rifrazioni per 5 poeti-voce 

Canto di Primanorte

Fabbricatori di sogni

Appunti per un audiolibro

§

V.

SUONO, TEMPO, LIBERTA’

Ecloga per clarinetto solo

L’idea di SuonoSonda

… [CONTINUA]

§